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Red Joan

Ragione e sentimento

di

Chi era questa Giovanna la Rossa (inteso come colore politico) di cui ci parla il film Red Joan? Era Joan Stanley, una tranquilla pensionata 87enne, arrestata a Londra nel 2000 dall’MI5, con l’accusa gravissima di avere tradito il suo paese durante gli anni ’50/60, passando ai russi di Stalin informazioni sulla Bomba. Storia bizzarra senza dubbio, modellata su personaggi reali, il vero nome della donna è Melira Norwood, detta la “nonna spia”, raccontata nel romanzo La ragazza del KGB di Jennie Rooney. Joan, giovane ed entusiasta studentessa di fisica a Cambridge nel 1938, si era innamorata di un fascinoso agitatore comunista, ebreo di ottima famiglia, trovandosi coinvolta nei movimenti socialisti come tanti in quegli anni (pensiamo a Philby e ai Cambridge Five). Mai però convinta dai proclami e dalla vita poco chiara dell’amato, rinuncia alla lotta politica e riesce a entrare con umile incarico in una struttura di ricerca nucleare, ovviamente segretissima, che portava avanti ricerche in parallelo al progetto Manhattan. Là per ideali libertari, matura una diversa coscienza, che sarà messa a dura prova dal suo nuovo amore per un uomo ben diverso dal precedente. Riservata e ben conscia del ruolo defilato che le donne avevano in quegli anni, specie in ambito scientifico (al massimo poteva essere la ragazza che batteva a macchina e portava il tè), dimostra però le sue competenze e conquista così il cuore di un gentile professore, messo a capo del progetto di ricerca. Questa vicinanza però è densa di rischi, per entrambi, e Joan sarà costretta a scelte dolorose. Dirige Trevor Nunn, dalle molte esperienze teatrali, e forse questo spiega una staticità, una mancanza di guizzi narrativi, qualcosa insomma che sollevi il film da una complessiva piattezza narrativa, mentre ritmicamente intreccia presente e passato, tutto risolto senza mai un sussulto d’emozione, supense non pervenuta. Colpa anche della protagonista di Joan da giovane, Sophie Cookson, incapace di trasmettere i sentimenti che la sceneggiatura di Lindsay Shapero le vorrebbe attribuire, tranne che in una “scena madre” più efficace. Più convincente Judi Dench, donna dall’infinito mestiere, dimessa e stanca ma mai doma, nello strenuo tentativo di far comprendere la sua posizione. Non aveva infatti tradito per amore (che sarebbe stato tipicamente femminile, come ancora nel 2000 tutti credevano) e nemmeno per adesione all’ideologia comunista, ma sotto choc per Hiroshima e Nagasaki, con la convinzione che solo se entrambe le potenze avessero avuto a disposizione armi di pari potenza si sarebbe assicurata la pace. Come in fondo è stato. Discreti i due partner maschili, il sempre ambiguo Tom Huges, e il limpido Stephen Campbell Moore. Bellissima e inaffidabile la sua migliore amica, Tereza Srbova, modellata su tanti personaggi di genere. Peccato perché la storia, ignota ai più, sarebbe interessante, facendo riflettere su quanti fraintendimenti ci siano stati nei confronti di chi in quei delicati anni ha pensato sinceramente di fare la differenza schierandosi per la parte che giudicava la migliore, buoni di qua, cattivi di là, bianco e nero, quando sappiamo che tutto è stato molto più grigio, rendendo certe scelte davvero suicide. Troppi film e serie tv, in questi anni, ci hanno mostrato lo stesso scenario in modo assai più avvincente, senza avere la possibilità di sfruttare un personaggio realmente esistito. Quindi Red Joan è in fondo un’occasione sprecata. Una riflessione utile però il film la suscita: se la donna fosse stata scoperta qualche decennio prima, sarebbe finita impiccata. Giusto, sbagliato?

Poco appassionante

6