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Recensione: I Frankenstein

di

Castello Ululà...

 

Tra i tutti i meravigliosi racconti prodotti dalla letteratura gotica, Frankenstein è senza dubbio uno dei più celebri, tanto che la Settima Arte, nella sua storia ultra-centennale ha visto innumerevoli adattamenti (più o meno ufficiali) del libro di Mary Shelley. A partire dal quasi sconosciuto Frankenstein italiano realizzato nei primi del Novecento, passando per il capolavoro Universal con il volto di Boris Karloff fino al contemporaneo e "fumettoso" Frankenstein's Army, il cinema ha riproposto la mitologia del mostro di Frankenstein in tutte le forme e gli stili possibili. Ed è proprio grazie a questo imponente background culturale che oggi possiamo tranquillamente affermare che , diretto da Stuart Beattie, è il peggiore stupro che il libro della Shelley abbia mai subito.

Non tanto per la storia (quella originale viene usata solo nel prologo e riassunta in pochi secondi) ma perché la figura del mostro - uno dei più affascinanti e simbolici di sempre - viene talmente banalizzata da scivolare nel ridicolo involontario. Tratta dalla graphic novel di Kevin Grevioux, la sceneggiatura del film è un guazzabuglio di nonsenso e di luoghi comuni nella quale si agitano in modo perlopiù immotivato personaggi insipidi e privi del minimo interesse. L'improbabile guerra fra Gargoyle e demoni, sulla quale preferiamo sorvolare, viene messa in scena in stile videogame con "l'aiuto" di un CGI arretrato di almeno 10 anni sullo sviluppo delle nuove tecnologie e con dei make up da sagra di paese. Nei panni del mostro di Frankenstein troviamo, poi, un palestratissimo Aaron Eckhart, convincente in questo ruolo proprio come lo sarebbe Lino Banfi in quello di John Rambo: giusto un paio di cicatrici su un corpo da modello di Calvin Klein e si aspettano che il pubblico lo creda "il risultato dell'assemblaggio di una dozzina di cadaveri diversi": va bene la sospensione dell'incredulità...ma c'è un limite a tutto. Arridatece Frankenstein Junior!!!!!

Per favore: pietà!

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