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Ready Player One

Piacione, con stile

di
Se la realtà vera fa proprio schifo, non resta che rifugiarsi nel virtuale, vivendo vite bellissime in luoghi di sogno, divertendosi sfrenatamente con sesso e vita dissoluta, o ammazzando gente (ciascuno ha le sue preferenze). In qualunque angusto e lurido luogo si giochi, col visore calato sugli occhi e altre attrezzature necessarie, del tutto dimentichi dell’orrore quotidiano di una vita miserabile, si potrà volare, combattere, ballare, giocare, amare, viaggiare. Essere liberi, essere eroi. Così ingenuamente fa e con convinzione, Waden Owen, adolescente maschio dalla visuale limitata, e non solo dagli occhialoni della realtà virtuale che indossa da mattino a sera, che non si sogno di cambiare il Sistema, anzi è convinto di nuotarci come un pesce nel suo ambiente naturale (ma un pesce è contento anche dentro una boccia di vetro). Diversamente da lui la bellissima Art3mis, eroina che lui incrocia nel mondo virtuale di Oasis, non gioca solo per soldi e adrenalina, ma per arrivare al cuore della malvagia IOI (Industrial Online Industries), multinazionale necessariamente malvagia, che con la scusa del gioco schiavizza i fruitori del mondo sognato. Quando finiscono i soldi usati per sempre nuove espansioni o perché si viene feriti o si muore, li usa come forza lavoro. Inventore del sistema era stato il mite, schivo James Halliday che però prematuramente muore. Ma ai suoi fan disperati lascia il Gioco di Anorak, che tutti possono giocare. Il vincitore diventerà lui il proprietario di Oasis, a patto che riesca a recuperare tre Easter Eggs, che sono tre chiavi, ciascuna chiusa in una simulazione di mondi formati da icone del passato (in campo cinematografico, televisivo, video ludico, musicale, di costume e così via). Wade, che ha un avatar che ricorda Bon Jovi e che non a caso si chiama Parzival, decide di accettare la sfida e di competere, risolvendo indovinelli, combattendo duramente, rischiando di perdere la vita vera, oltre che quella virtuale (che si può sempre recuperare). Con astuzia e intelligenza vince la prima prova, attirando così l’attenzione del viscido capo della IOI, ambizioso ex stagista di Halliday, che le chiavi le vuole lui, per consolidare il suo potere e predilige i buoni vecchi metodi gangsteristici agli inganni virtuali. Inizia così una lotta che porterà Wade ad ampliare le sue vedute e tutti i contendenti a conoscersi finalmente, diversi dall’avatar ovviamente figo che si erano scelto, ma ugualmente degni di amore, affetto, stima. Tutto qui, dopo un inizio più intrigante, anche se non nuovissimo? Il film è tratto dal romanzo-cult Ready Player One, scritto da Ernest Cline, che ha anche avuto parziale controllo sulla sceneggiatura, elemento che attrarrà molti lettori/giocatori, rischiando però di deluderli, cosa positivamente impossibile per chi il libro non lo abbia letto, come noi. Che quindi giudichiamo il film per quello che è e basta. E allora Ready Player One è la Madre di tutti i film citazionisti degli ultimi anni, quelli che fanno agitare sulla poltrona i “ragazzi” di 40/45 anni che soprattutto negli anni ‘80 hanno formato tutto il loro immaginario, abbinandolo alla giovinezza, e quindi particolarmente sensibili su quel punto. Divertendo molto anche i più adulti, che quell’aria l’hanno respirata anche loro, pur se non con la medesima intensità. Piacerà meno ai più piccini, che magari si confonderanno, e divertirà ma con meno coinvolgimento emotivo, gli adolescenti veri. Resta un film che l’appassionato non vede l’ora di possedere fisicamente, per riguardarselo in casa, fotogramma dopo fotogramma, per decifrare/individuare ogni citazione, riferimento, omaggio, mai gratuiti, che nei dettagli permeano la scenografia in ogni angolo ma si inseriscono anche nello sviluppo della trama (e Shining non avrà mai un omaggio/citazione più bello). Lavoro da fare anche con la colonna sonora di canzoni aggiunte. Non si pensi a una pensosa critica politico/sociale, perché quando vuole Spielberg, con tutti i suoi incredibili 71 anni, è sempre fanciullesco e anche l’invito finale del film è in linea con questo spirito. Se il bellissimo agglomerato urbano iniziale, catasta di roulotte impilate fino a vertiginose altezze, circondare da una discarica di auto, ricorda una versione futurista delle vere favelas brasiliane, segnale di un Potere indifferente e spietato; se il Sistema ha una deriva orwelliana nel totale controllo/asservimento della società dei poveretti grazie allo strabiliante grado di tecnologia raggiunto; se “soli si perde e uniti si vince” (togliendosi il visore e uscendo dai loculi dove si gioca e cominciando a ribellarsi), Spielberg a partire da un argomento attualissimo come la realtà virtuale, che non è ancora esplosa nei consumi ma, quando lo farà, cambierà molte cose e non è detto tutte in meglio, rifà uno dei suoi bei film “per ragazzi”, più elementare e in fondo anche più ruffiano di quanto si potrebbe pensare. Ma riuscendo ugualmente a divertire, e molto, anche se si scopre il gioco. Definitivo però (nel senso, adesso piantiamola).
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Smaccatamente piacevole

7