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Rapina a Stoccolma

Empatia canaglia

di

Chi non ha mai sentito parlare della Sindrome di Stoccolma? Anomalo stato di dipendenza psicologica che si insinua nelle vittime di certi rapimenti, negli ostaggi in generale, provocando un’ingiustificata empatia con il responsabile delle proprie sofferenze. Se ne è riparlato di recente a causa della serie tv La casa di carta. Il film Rapina a Stoccolma, scritto e diretto dal canadese Robert Budreau, tratto da un articolo di Daniel Lang pubblicato sul New Yorker, ci propone la storia (vera) che ha dato origine al tutto. Nel 1973 Lars Nystrom, un rapinatore fallito, fa irruzione da solo nella Kreditbanken, storico istituto di Stoccolma, sequestra tre dipendenti, due donne e un uomo, chiede in cambio la liberazione del suo fraterno amico Gunnar, altro criminale in galera. E poi soldi, auto e tutte le solite cose da rapine con ostaggi, in una situazione stile Quel pomeriggio di un giorno da cani. Ma trova pane per i suoi denti, perché la Polizia svedese, pur non avvezza a simili episodi, tratta con furbizia e durezza, senza stare a preoccuparsi troppo degli ostaggi. Elemento questo che avrà sicuramente influito sullo stato d’animo degli sfortunati impiegati. Una di loro, Bianca, serena madre di famiglia, solidarizzerà ancora più degli altri con il confuso Lars, spinta da un mix misterioso di sentimenti. L’assedio alla banca è seguito in diretta dai mezzi di comunicazione e l’opinione pubblica partecipa al dramma, mentre il Primo Ministro, Olaf Palme (che finirà ammazzato in un attentato nell’86) non vuole scendere a compromessi. Bob Dylan, con alcune sue canzoni, New Morning, Tonight I’ll Be Staying Here With You, Tomorrow Is a Long Time, To Be Alone With You, fa da filo conduttore, anche se un po’ pretestuoso. Protagonista del film è Ethan Hawke, anomalo divo che si permette il lusso di scegliere film minori, spesso difficili, in genere poco commerciali e qui si spende come sempre con professionalità. Noomi Rapace è una poco comunicativa Bianca. Mark Strong con improbabile parrucchetta è Gunnar. Si fa notare come sempre Christopher Heyerdahl, il Capo della Polizia, del quale dopo il ruolo di grande carogna in Hell On Wheels non ci si fida mai del tutto. Robert Budreau, che aveva già diretto Hawke nella bella biografia di Chet Baker, Born to Be Blue, racconta diligentemente i fatti, senza riuscire però ad appassionare, incerto fra il grottesco e il documentaristico e soprattutto non riesce a giustificare la ragione della solidarietà che alla fine i civili proveranno per i delinquenti, arrivando a rifiutare di testimoniare contro di loro, che poggia su pochi elementi, se non una forma di rivalsa contro l’atteggiamento della Polizia. Perché alla fine a preoccuparsi delle condizioni dei sequestrati sembrano più i cattivi che i buoni. Ma erano altri tempi e altre nazioni.

insipido

5