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Promises

Gli inganni della vita

di

Cosa si può fare quando ci si accorge che la vita non è andata come avremmo voluto? Che le promesse che ci erano state fatte non si sono avverate? Ma di quali “promesse” parliamo, di quelle che sembra farci la vita o che noi facciamo a chi amiamo e che a nostra volta abbiamo ricevuto da chi diceva di amarci? E con chi prendersela quando le cose vanno ben diversamente? Con gli altri, con noi stessi, con il destino o addirittura con la fisica? Alexandre è un mercante di libri rari, rimasto precocemente orfano di padre, che passa la vita fra Londra e Venezia, dove è cresciuto sotto l’ala ferrea del ricchissimo nonno, in una villa che sembra un castello, con stuoli di servitù. Laura è una gallerista d’arte raffinata e ovviamente bellissima. Si incontrano entrambi già muniti di fidanzato e prossimi al matrimonio, scatta una scintilla travolgente che però non può razionalmente portare a una soluzione concreta. Di lui sappiamo che ha una vita costruita sulle macerie di un’infanzia tormentata e un’adolescenza pure infelice, di lei non ci viene raccontato nulla, la donna è il grilletto che fa scattare la crisi, il perno su cui si avvolgerà la vita di lui. Decennio dopo decennio qualcosa potrebbe succedere, lungo incontri casuali. Alla fine ci sarà da redigere un bilancio e da riflettere su alcune ipotesi filosofico/scientifiche, fatte anche per consolarsi dei nostri errori, irrimediabili. Promises mette in scena una ronda di personaggi mai simpatici, quel fastidioso giro pseudo-internazional/chic che solo Guadagnino riesce a descrivere bene (anche lui senza riuscire a rendercelo simpatico però). Mai si riesce a comunicare la (blanda) disperazione esistenziale dei personaggi, che mentre palpitano da lontano l’uno per l’altra per una vita, un’altra vita se la fanno comunque, mettendo al mondo figli, invecchiando, ammalandosi, restando sposati o precipitando nella solitudine. Sempre (sembra) con ben poca gioia di vivere (i soldi non fanno la felicità, anche i ricchi piangono, signora mia). Pensiamo su quest’argomento cosa hanno detto film che spaziano dal capolavoro L’età dell’innocenza (blasfemo citarlo) a Il danno o il tragico La signora della porta accanto. Oppure, nel campo della commedia, Quattro matrimoni e un funerale o, quanto a giochi del caso/destino, il mitico Sliding Doors. Al protagonista, pur nella spirale del tempo, non riesce la mossa di Dustin Hoffmann nel Laureato e non riesce a fare irruzione nel matrimonio della sua amata, però in un altro momento potrebbe, forse, mutare il corso degli eventi. Quindi alla fine di tutto, cosa sarà successo davvero? Su questo interrogativo che dovrebbe essere intrigantissimo e si rivela un banale What If, si chiude un film tropo lungo che sembra non trovare mai una conclusione. Dove Pierfrancesco Favino riesce a recitare male sia in inglese sia in italiano (il film è stato girato in inglese), costretto a una tonalità di voce che non è la sua abituale, per rendere forse la costrizione psicologica del suo personaggio, una sola espressione, contrita per tutto il film, mentre si strugge su ciò che sarebbe potuto succedere, senza mai godere di ciò che sta succedendo. Kelly Reilly sfoggia quella sua bellezza fuori dai canoni, affascinante e sfuggente, molto più concreta del suo infelice mai-amante. Jean Reno è il nonno-padrone. Deepak Verma e Kris Marshall sono i due amici d’infanzia, sempre fedeli nel tempo, perché l’unico valore certo sembra essere l’amicizia. Le famiglie ufficiali sono tutte sullo sfondo, perfino i figli per i quali si dichiara grande amore, ma dei quali ci si occupa pochissimo, perché gli adulti sono assai presi dalle proprie pene esistenziali, mentre anche nei loro confronti ci sarebbe da stare attenti alle promesse fatte mettendoli al mondo. Unica nota positiva, a parte l’ovvia eleganza formale, le belle canzoni scelte per segnare i vari decenni (il cui intreccio continuo potrebbe generare qualche momento di confusione). Amanda Sthers realizza il sogno di ogni scrittore: non dover litigare con uno sceneggiatore e un regista, mentre vede trasposta su grande schermo la sua opera. Qui infatti fa tutto lei (anche co-produce) e si rivela un errore gravissimo, perché nessuno interviene a spiegarle le differenze fra pagina scritta e pagina tradotta in immagini. E a frenarla. La narrazione deborda nell’andirivieni fra vari gradi di passato, presente e futuro, mette in bocca ai personaggi frasi a tratti imbarazzanti quando non esilaranti, mentre l’effetto doveva essere tutto il contrario. Forse non sapevamo che ciò che facciamo nel corso della nostra vita (compreso ciò che ci è stato fatto quando non potevamo disporre di noi stessi) influenzerà il nostro futuro? La verità, vi prego, sull’amore….

Un film Harmony

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