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Predators: Non ci sono più i predatori di una volta

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Sono passati 23 anni dal primo memorabile film e sembrano quasi secoli. In questo nuovo reboot prodotto da Robert Rodriguez e diretto da Nimród Antal (Vacancy) si torna esattamente là dove la saga era iniziata, senza prendere minimamente in considerazione né il sequel né tanto meno i due Alien vs. Predator che, oltre a non convincere sotto il profilo “artistico”, avevano lasciato anche a desiderare in quanto a risultati al box office.
Frutto di un lavoro decennale e di continue riscritture, Predators si portava appresso una certa dose di aspettative da soddisfare e il fardello di restituire un minimo di credibilità al franchise.

Ambientato non più nella giungla terrestre ma in quella di un altro pianeta sconosciuto, il film si limita a mostrare la lotta per la sopravvivenza di un gruppo variegato (e stereotipato) composto da soldati speciali, membri della Yakuza, detenuti, mercenari e via discorrendo, scelti appositamente per l’addestramento dei Predators.
Insomma esattamente quello che avviene nell’illustre predecessore con un cambio di prospettiva: questa volta sono gli alieni cacciatori a giocare in casa.
Per il resto, quasi in una sorta di inutile gioco di ipercitazionismo postmoderno, tornano molti degli elementi che avevano contribuito al successo dell’originale.
Ciononostante questo reboot non restituisce minimamente né la tensione, né la spettacolarità, né l’originalità del film del 1987 e, pur con una concezione molto simile che ne richiama gli archetipi principali, mostra ben presto il fiato corto, facendo intuire che non ci sarà nulla di interessante al quale potersi aggrappare.

Antal infatti per mascherare gli evidenti difetti di sceneggiatura prova a costruire un calderone di citazioni, riferimenti e strizzatine d’occhio sia ovviamente al primo capitolo della saga (e queste sono piuttosto abbondanti: dalla musica all’impianto narrativo, passando attraverso vere e proprie riproduzioni di sequenze) sia a generi diversi e poco affini (come il duello tra lo Yakuza e un Predator, omaggio al filone cappa e spada).
Peccato che tutto ciò vada a influire sia sul ritmo del racconto, che praticamente non decolla mai, sia sulla caratterizzazione dei personaggi, molto più piatti e standardizzati rispetto a quelli al servizio del grande Arnold Schwarzenegger.
Laddove Adrien Brody, pur non in parte, si salva col mestiere, poco ci rimane invece degli altri attori, specialmente perché i due più rappresentativi, Danny Trejo e Laurence Fishburne, sono protagonisti di intermezzi tanto brevi quanto insignificanti.
Alla fine del film rimaniamo quindi con un interrogativo inquietante: forse che Predator abbia ormai esaurito tutto quello che aveva da dire?
Difficile dare una risposta, meglio di gran lunga comunque l’originale rispetto alla copia.
 
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