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Polvere: Cinema "tagliato" male

di
Ricordate Sbirri, l'improbabile docu-fiction (brutto «docu», pessima «fiction») con Raoul Bova uscito qualche tempo fa ed incentrato sulla realtà dello spaccio e del consumo di stupefacenti?
Ebbene, questo Polvere potrebbe sembrare, a prima vista, un suo parente molto stretto.

I registi Massimiliano D'Epiro e Danilo Proietti mettono in scena la storia di Domini e Giona, due amici decisi a realizzare un documentario sul mondo della cocaina, dai criminali che ne gestiscono lo spaccio alle vittime della tossicodipendenza.
Sempre di docu-fiction si tratta, dunque, con le interviste a veri cocainomani alternate in montaggio alla storia di finzione.

Ma la somiglianza con il film di Roberto Burchielli finisce qui.

Laddove la fiction di Sbirri era, infatti, assai banale ed estremamente, ai limiti del fastidio, retorica, quella di Polvere è, invece, un buon esempio di gangster-movie innovativo, con un'estetica della violenza e del Male paragonabile, con le dovute cautele ovviamente, alle pellicole di Guy Ritchie.

Il terribile viaggio di Domini e Giona (rispettivamente Primo Reggiani, un po' forzato ma convincente, e Michele Alhaique, sopra le righe ed esaltato come il suo personaggio richiedeva) nell'inferno della cocaina è segnato dall'incontro con i suoi «dannati».
Si va da Vittorio, affabile quanto losco gestore di un locale frequentato da politici e celebrità, a Zio Mimmo, boss del traffico di coca che gestisce i suoi affari sotto la copertura del suo chiosco di angurie; da Betty, tossicomane splendida (ha le forme di Gaia Bermani Amaral) quanto disperatamente priva d'inibizione, a Luca e Fastidio, esecutori dei voleri di Zio Mimmo, violenti e senza scrupoli. La «polvere bianca» è la sardonica e spietata voce fuori campo (trovata registica davvero efficace) delle loro esistenze.

Malgrado alcune ingenuità e semplificazioni, gli elementi per un film di genere finalmente da apprezzare, oltretutto coraggioso nel mostrare quanto disgustosa e marcia effettivamente sia la realtà della tossicodipendenza e di chi si arricchisce con essa (non a caso, il film è stato bloccato per due anni dai soliti, ipocriti meccanismi della distribuzione italiana, per l'eccessiva «forza» di alcune scene), ci sarebbero proprio tutti.

Ma siamo in Italia, dove i generi cinematografici diventano sinonimo di «serie B» (nell'accezione più dispregiativa di tale espressione: ma Quentin Tarantino non ci ha insegnato proprio nulla?) e l'impegno civile è una coccarda troppo spesso macchiata da un moralismo benpensante ed insopportabile.
Una coccarda che nel finale, con l'ansia di voler a tutti i costi «comunicare un messaggio» (e qui è la lezione di un certo Francois Truffaut a rimanere inascoltata), trasforma un dignitoso film di genere nella solita parabola politicamente, ed eticamente, corretta, costringendo chi scrive a parlare di un'altra, l'ennesima, occasione mancata.

In Italia i generi sono ridotti in... polvere

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