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Pinocchio

Testa di povero, testa di legno

di

Non è mai facile accostarsi ai grandi classici, accusati di eccesso di rispetto se fedeli all’originale, di blasfemo stravolgimento se si tenta una rilettura nuova. L’equilibrio è difficile ma spesso è la materia stessa che viene in aiuto. Come nel caso del Pinocchio diretto da Matteo Garrone, che riprende la celeberrima fiaba con grande rispetto, come se la sceneggiatura diventasse essa stessa un libro da sfogliare, capitolo dopo capitolo, scena dopo scena. Si procede quindi senza fretta lungo la vicenda del povero (in senso letterale oltre che metaforico) Geppetto e del suo bambino di legno, e della lunga dolorosa strada che li porterà alla fine a riunirsi. Le facce del cast sono scelte con estrema cura, come è caratteristica di questo regista, citiamo la stupenda lumaca di Maria Pia Timo, il Grillo Parlante di Davide Marotta, la Volpe di Massimo Ceccherini (che collabora anche alla sceneggiatura), con il suo inseparabile Gatto Rocco Papaleo. Bellissima la Fata Turchina, da bambina è Alida Baldari, da grande Marine Vech, dalla diafana bellezza. Gigi Proietti è un inatteso Mangiafuoco. Diversi di questi personaggi sono quasi irriconoscibili sotto le splendide truccature prostetiche di Mark Coulier, che si ispirano agli antichi disegni di Enrico Mazzanti, primo illustratore dell’opera. Ma una lode va a tutti gli effetti speciali (che sono opera di One of Us e Chromatica, con supervisione di Massimo Cipollina), tutti degni di nota, perfetti formalmente eppure con una loro aria antiquata, come fossero emanazione dei vecchi trucchi di Georges Meliés (stupende le marionette di mangiafuoco, originale la trasformazione in ciuchini, il famoso naso si allunga solo in un’occasione). Tutto illuminato dalla fotografia di Nicolaj Brüel, dalle tonalità che si rifanno ai pittori macchiaioli. Una menzione per Roberto Benigni, qui più contenuto del solito e così più efficace, davvero toccante nel suo smarrimento, nella bontà d’animo intrinseca, nella dignità nonostante tutto, con la capacità di adattarsi e chinare sempre il capo senza protestare, perché così va il mondo e per un abbecedario si può dover rinunciare alla giacchetta anche se fa tanto freddo. A differenza del suo Pinocchio, film del 2002, non c’è nulla di gioioso nella trasgressione del bambino di legno, Pinocchio è un essere stranito, che si aggira in un mondo di orchi, senza comprendere inizialmente il valore del suo “papà”, perché quell’amore gli costerebbe sacrificio, rinuncia, e tutti lo illudono invece che per ogni difficoltà ci sia la scorciatoia giusta. Ma imparerà, un colpo dopo l’altro di un Destino che non fa sconti. Così sfruttato da perdere tanti dei suoi significati, distorto dalla semplificata trasposizione Disney, Pinocchio generalmente ci viene somministrato da piccoli e spesso viene subito come una irritante favola moralista, studia e non giocare, la vita è dura, non resta che faticare per sopravvivere. Abbiamo invece apprezzato questa rilettura, perché lascia filtrare maggiormente altri temi, più percepibili da uno spettatore adulto (il film di Garrone non è infatti consigliabile ai più piccini, si annoierebbero), data forse la maggiore sensibilità (esasperazione) acquisita negli anni. Certo la vita è sacrificio, ma la fame, la miseria in cui si aggirano i miserevoli personaggi non impediscono che tutto si debba guadagnare col duro lavoro, non c’è posto per le scorciatoie dei furbetti, che saranno sempre castigati. Il carro stracolmo di bambinetti festanti, mentre vanno nel paese dei balocchi, dove è stato loro promesso solo gioco e sollazzo, non può non echeggiare tante promesse dei politici, l’illusione di masse ottuse pronte a farsi abbindolare dalle promesse più assurde. Ma i piccini diventeranno tutti asinelli, da vendere al mercato per passare la vita a fare i lavori più umili, bastonati e buttati via al primo incidente. Studia, continuano a dire a Pinocchio, studia e lavora, solo così potrai diventare un vero essere umano e non uno stupido burattino con la testa di legno. Oggi il messaggio del Potere va in direzione opposta. Chissà se Collodi poteva pensare di ridiventare così attuale nel 2019, forse avrebbe preferito di no.

Una rilettura interessante

7