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Piccole donne

Si stava meglio quando si stava peggio?

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Piccole donne è un romanzo pubblicato nel 1868 e ne sono stati tratti sei film e sei serie tv (fra cui anche uno sceneggiato italiano nel 1955). Quindi era lecito interrogarsi se si sentisse la necessità di un’ulteriore trasposizione. In effetti no, ma dati i tempi storici (leggi #metoo) non stupisce che del progetto si sia impossessata Greta Gerwig, l’ex diva del mumblecore, da poco approdata al successo come regista, osannata anche oltre il merito effettivo per la sua prima regia, Lady Bird, storia di formazione al femminile e sull’argomento abbiamo visto di meglio. Il progetto in origine era stato affidato per la scrittura a Sarah Polley per poi passare nelle mani della Gerwig che ha rielaborato la sceneggiatura (la sua ottava), ritrovandosi poi anche alla regia. Tutto sommato la trasposizione è piacevole, assai ben messa in scena, anche se nella parte centrale si sfiora il calo d’attenzione, data la lunghezza (due ore un quarto), ma si ripiglia in un finale che sorprende piacevolmente. La narrazione procede infatti mischiando i due romanzi, Piccole donne e Piccole donne crescono, perché segue le vicende delle ragazze March quando sono già grandi, mostrandocele nell’adolescenza nei flashback, e Gerwig inventa un bel finale, che cambia quello originale, mischiando la biografia dell’autrice Louisa May Alcott con qualcosa di personale: quel voler essere donna libera in un mondo di uomini, con la pretesa di vivere del proprio mestiere di (orrore) scrittrice o comunque “creativo” (nel film si citano le sorelle Brontë, autrici di Cime tempestose, fonte di ispirazione per la stessa Alcott).La storia delle quattro sorelle, due che si sposano, una che muore e una che resta nubile, è raccontata attraverso tanti siparietti dalla secondogenita Jo (Ronan), dal suo presente di donna scrittrice in cerca di indipendenza, attraverso i ricordi degli anni passati: la sua bella famiglia divisa dai problemi conseguenti alla Guerra di secessione; la meravigliosa madre, il padre lontano per nobili scopi; il vicino di casa che sembra burbero e invece ha il cuore d’oro; i rapporti con il mondo maschile; gli amori non ricambiati o malintesi. E soprattutto il rapporto meraviglioso con le sorelle, tutte alle prese con le note difficoltà, allora ben più marcate, dell’essere donna per di più in una situazione economica non florida, per cui il matrimonio era l’unica soluzione. Ma tutte ce la faranno, ben consce della strada da prendere grazie a un’educazione esemplare, ciascuna a modo suo, pur non rifiutando anche le soluzioni tradizionali, quattro piccole donne con quattro diversi modi di rapportarsi alla vita. Cast molto ben scelto per quanto riguarda la parte femminile, perfette Saoirse Ronan, Emma Watson (Meg), Florence Pugh (Amy), Eliza Scanlan (Beth), Laura Dern la mamma, e sempre sublime Meryl Streep, la zia zitella perché ha potuto permetterselo. Non concordiamo sulla scelta di Timothée Chalamet per l’infelicemente innamorato Laurie, troppo ragazzino per il ruolo, meglio Louis Garrel (l’altro “pretendente” Friederich Bhaer) e James Norton (il povero istitutore John Brooke). Chris Cooper con protesi che gli fa il nasone è Mr. Laurence, nonno di Laurie e buon vicino. Bob Odenkirk compare brevemente nel ruolo del padre. Bella la scenografia, stupendi i costumi, che una calda fotografia enfatizza, tutto un gran turbinare di scialli, gonne, cappelli e capelli, un gettarsi a grappolo le sorelle una sulle altre e tutte insieme sulla madre, nella descrizione accurata di personaggi tutti archetipici. Ovviamente c’è chi preferirà la versione storica degli anni 30 con Katharine Hepburn, chi invece ricorderà con nostalgia il technicolor saturo del film del ’49 con Elizabeth Taylor o ha trovato ancora migliore il film diretto più di recente da Gillian Armstrong, con Winona Ryder. Certo il Piccole donne del nuovo millennio sta al femminismo storico come un hamburger vegano sta a una fiorentina. Tutto naturalmente va sempre contestualizzato ma paragonare la situazione odierna delle donne a quella del passato, sia gli anni della narrazione letteraria, sia quelli delle varie trasposizioni su schermo, dimostra solo mancanza di informazione, di memoria storica, di ignoranza insomma. Questo per riallacciarci ai dubbi iniziali, sulla necessità di una nuova riproposizione. Inoltre il film sarà giudicato in modo diverso, dai fan del libro o da chi non lo avesse mai letto oppure ormai dimenticato. Resta che anche se la famiglia è il miglior nido del mondo, dove tutto va come dovrebbe andare, si deve trovare la forza di uscirne e misurarsi col vasto e diverso mondo, forti proprio di quanto assorbito dall’ambiente natale. E questo sarà un problema sempre e dovunque, per maschi e femmine.

Ben fatto

7