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Peppermint – L’angelo della vendetta

Io vi vendicherò

di

Riley è una normalissima madre di famiglia, che fra mille problemi manda avanti il suo tran tran quotidiano, con il suo amatissimo marito e la tenera figlioletta. Ma per problemi finanziari, l’uomo commette l’errore di sfiorare un mondo di disumana ferocia, quello dei trafficanti messicani, ben inurbati a Los Angeles. Sarà una strage. Sopravvive solo Riley, devastata. La Polizia è poco convincente, un giudice corrotto manda assolti gli esecutori e cerca di chiudere in ospedale psichiatrico la sconvolta Riley. Che fugge lontano e inizia un percorso di formazione. Ma di che formazione si tratta? Di genere para-militare. La donna forgia il suo corpo come quello di una super-eroina, impara a sparare con tutte le armi possibili, a intrallazzare con le zone più oscure della malavita, tutto per arrivare preparatissima all’appuntamento con il mandante dell’uccisione dei suoi cari. Intanto fa una vita terribile, sofferenze, solitudine, mimetizzandosi in mezzo ai barboni. Diventa insomma una macchina per uccidere perfetta e solo allora torna a Los Angeles per chiudere il cerchio. Intanto le sue azioni hanno larga eco sui social e la donna diventa una vera eroina per l’opinione pubblica. Fosse stato un film di Besson avremmo capito di più il senso dell’operazione, che vira al femminile il sempre amato personaggio del Vendicatore. E invece alla regia troviamo Pierre Morel, che del resto aveva collaborato con il regista francese in altri tre film, Banlieue 13, Io vi troverò e From Paris with Love. Ma la sua presenza, anche senza il nume tutelare, non è un caso, perché già in precedenza appassionato a questi temi, come si era visto con il film Io vi troverò con Liam Neeson, che a sua volta riprendeva il tema della vendetta del singolo cittadino trattata nel Giustiziere della notte (non a caso oggetto di recente remake, il tema è sempre caldo). Inoltre alla sceneggiatura troviamo Chad St. John, uno che non va per il sottile come dimostrato con l’esagerato Attacco al potere 2. Quindi Peppermint sarebbe una plausibile storia di vendetta virata al femminile (diciamo un revenge movie di marca #metoo). Chi non si inferocirebbe nel vedere i suoi cari ammazzati sghignazzando e gli assassini, odiosa gentaglia tatuatissima, andarsene impuniti, sempre sghignazzando, grazie al corruttibile potere giudiziario, che invece che punire i colpevoli, si rivolta contro la vittima? Peccato che tutti noi, civili ma inetti borghesi, sappiamo bene che non ne saremmo capaci, proprio per mancanza non di intenzione ma di preparazione, di attrezzature. Problemi che non ha Riley, abbastanza misteriosamente, perché la mutazione da brava mammina e mogliettina in macchina mortale stile Rambo lascia perplessi. La si fosse scritta meno badass, si fossero abbassati tutti i toni, scegliendo anche un finale meno iperbolico, il film avrebbe avuto un suo perché. La sempre bella Jennifer Garner si impegna fisicamente assai, girando molte scene di combattimento senza stunt, dopo una lunga preparazione fisica. Ma forse siamo solo abituati a vedere uomini che, grazie alla maggiore forza fisica, possono essere protagonisti di storie di questo genere e le perplessità nascono dal fatto che la protagonista, imprendibile, imbattibile, sia una fragile donna. Per il resto il film pur con la necessaria sospensione dell’incredulità, è una storia di vendetta “divertente” (virgolettiamo per le anime più miti), perché ben sappiamo che la vendetta inevasa deve essere un peso insopportabile. Civile sì, ma insopportabile, alla faccia dell’ipocrisia del politicamente corretto. Dopo la visione del film, Trump potrebbe tornare a chiedere i 7 miliardi dollari per il suo muro con ancora più convinzione.

iperbolico

5