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Pavarotti

Larger than life

di

Se si dice tenore, si dice Pavarotti. Almeno per quanto riguarda un ambito pop, perché fra i veri intenditori, fra i veri appassionati di lirica le opinioni divergono. Ma è indubbio che (meritorio o meno che sia), questo personaggio ha portato la lirica verso ambienti che non l’avevano frequentata, contaminandola con elementi più popolari. Nel documentario diretto da Ron Howard, ci viene narrata la vita di Luciano Pavarotti fin dall’infanzia, figlio di un fornaio-tenore, amatissimo e sempre supportato, nell’immediato dopoguerra in quel di Modena. Vedremo poi la scoperta della sua vocazione, la lenta scalata verso il successo, i primi ingaggi, l’affermazione graduale sempre sudata e meritata, specialmente negli USA, il matrimonio con la sua fidanzatina di sempre, Adua, che diventerà la sua prima, amata moglie, madre delle sua altrettanto amate tre figlie. Saranno gli anni del maggior fulgore, i ’60 e ’70, passano alla storia i suoi nove “do acuti”, cioè i “do di petto” nel ‘72 al Metropolitan nella Figlia del reggimento. Erano ancora tempi di sobrietà mediatica e la lirica era lontana dal gradimento di massa e solo la Callas occupava le riviste di pettegolezzi. Lentamente però, mentre cresceva la fama conquistata con il duro lavoro sulle tavole dei palcoscenici della lirica di tutto il mondo, arriva la svolta, complice un cambio di agenti, l’arrembante Tibor Rudas ad affiancare e poi sostituire lo storico Herbert Breslin, e lo storico Harvey Goldsmith, promoter di concerti rock. Pavarotti trova così la sua massima notorietà negli anni ’80 dell’insostenibile leggerezza, portando l’opera dove non era mai stata rappresentata, al Central Park, a Hyde Park, sotto la tour Eiffel, negli stadi, nei casino, in Cina, i brani operistici cantati da lui finiscono nelle colonne sonore di film e videogame, arrivano la pubblicità, le riviste di gossip. Come un prodotto di lusso, Pavarotti viene venduto in ogni angolo del mondo (si parla complessivamente di oltre 100 milioni di dischi venduti). A far deflagrare il progetto sarà l’evento degli eventi, il concerto dei Tre tenori, lui, Plácido Domingo e José Carreras a Caracalla nel 1990 (assai godibili gli spezzoni scelti), performance ripetuta molte altre volte in giro per il mondo, in un format di enorme successo. Entra in stretto contatto con il jet set, conosce personaggi famosissimi (celeberrima la sua amicizia con la Principessa Diana). Intanto la sua vita sentimentale si dirama in varie direzioni, finché nel 1994 non avviene il fatidico incontro con colei che diventerà la sua seconda sposa, Nicoletta Mantovani, 34 anni più giovane, odiatissima dall’opinione pubblica, fossero stati tempi di social sarebbe stato un massacro. Ma alla fine Luciano con solido buon senso dell’italiano medio, riuscirà a smorzare i contrasti, nel nome di un’unità famigliare per lui importante. In quel periodo hanno inizio i concerti a Modena, i celeberrimi Pavarotti and Friends che dal ’92 dureranno fino al 2003, a dimostrazione che ormai la potenza mondana dell’evento travalica la sostanza (complice forse la consapevolezza che reggere un’intera opera stava diventando impegnativo). Inizia così una carriera all’insegna di quella “extravaganza” cara agli americani, nel mix fra lirica e pop e melodie classiche che fa raccapricciare un melomane serio e invece affascina le masse. Che così certo imparano a orecchiare qualche brano d’opera ma si diseducano totalmente a comprendere quale sia la vera arte, con l’effetto collaterale di provocare schiere di emuli discutibili (cosa farai da grande caro? Farò il tenore!”). Arriviamo così agli ultimi anni, con il tentativo di tornare sui palcoscenici dei teatri classici, non baciato da molto successo, vista la forma ormai calante della sua voce, la nuova paternità e la fine prematura a 71 anni. Al suo funerale, voleranno le Frecce tricolori. Senza mai essere melenso e o troppo fastidiosamente agiografico, il documentario di Ron Howard appassiona anche per la cavalcata attraverso i decenni, dalla sobrietà di un’Italia post-bellica ai fasti degli anni ‘80/90, con l’arrivo di tutti i grandi nomi della cultura pop, fra musica e mondanità, che lo affiancano e partecipano ai suoi eventi. Gran lavoro di montaggio di un’infinità di materiale pubblico e privato (dagli archivi Decca Records a quelli di famiglia e al materiale di eventi registrati di ogni genere), a tracciare un quadro sostanzialmente fedele all’immagine finora diffusa e non è detto che non sia vera (non è obbligatorio che tutti debbano per forza avere chissà che scheletri negli armadi). Certo il docu ha avuto l’approvazione delle due famiglie di Pavarotti e questo può fare immaginare qualche accordo (non si fanno pettegolezzi sul divorzio miliardario e sulle evasioni fiscali). Howard confeziona una biografia per immagini e musica, con qualche eco di Novella 2000 vista la quantità di celebrities che scorrono in trasparenza, richiamate alla memoria da quegli anni in cui il gossip cominciava a sdoganarsi, mentre racconta con affetto e una cortese parzialità un cantante che solo un critico musicale avrebbe i requisiti per discutere. Come icona pop ci siamo in pieno. Pavarotti è stato un ragazzo di campagna arrivato grazie ai suoi meriti e ai giusti tempi storici a vette inimmaginabili di notorietà, sembra sinceramente aperto al mondo, al suo prossimo, un uomo generoso, cordiale, appassionato, che nella beneficenza ha speso anni, soldi e lavoro. Intorno a lui tanti collaboratori, una moglie dei primi tempi, tante amiche/assistenti inevitabili per chi sta in tournée da una vita, una seconda sposa, quattro figli in tutto, un patrimonio immenso, un’eredità di cui certo non vergognarsi. Poi ciascun melomane saprà quale sia per lui la versione migliore di Nessun dorma o E lucevan le stelle, per citare due dei pezzi più popolari della lirica nostrana. Ma questo ormai con il marchio Pavarotti non c’entra più molto. Il film sarà nelle sale il 28, 29 e 30 ottobre.

Interessante, equilibrato

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