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Passengers: Recensione

di

 Romanticismo spaziale

La gigantesca astronave Avalon, dalle eleganti forme ellittiche, veleggia maestosa nello spazio verso il lontanissimo pianeta Homestead II, con il suo carico di 5000 passeggeri, tutti immersi in un sereno sonno criogenico. Il viaggio dalla terra al nuovo pianeta da colonizzare durerà 120 anni, ma nessuno se ne accorgerà, cullato nella sua comoda capsula.

Ma una tempesta di meteoriti provoca un'anomalia e (anche nello spazio vale la legge di Murphy) un solo passeggero viene per errore svegliato, il baldo meccanico Jim (Chris Pratt). Che si ritrova spaesato prima, poi sconvolto, unico ridestato sull'enorme astronave, quando mancano ancora 90 anni all'arrivo. Dopo aver cercato invano di trovare una soluzione, Jim si impegna a tirare avanti come può, a fargli compagnia solo un empatico barman-cyborg (con le fattezze di Michael Sheen), che gli serve impeccabili cocktail in un bar stile Overloock Hotel. Ma la solitudine è troppa e nella mente del ragazzo si affaccia il pensiero del suicidio. Al culmine della disperazione, nota uno dei passeggeri dormienti, una splendida ragazza (Jennifer Lawrence), che dalla sua scheda video apprende essere una scrittrice newyorkese in cerca di nuove esperienze. Guarda caso si chiama Aurora, come la bella addormentata (ma Aurora è anche l'Eva di un Adamo di cui nessun dio si prende cura). Quindi Jim, che è solo ormai da un anno, dopo molte esitazioni e scrupoli morali annessi, la risveglia, condannandola così però a una lunga vita con lui ma anche a una morte inutile. Inizia una nuova esistenza, in coppia, minata però dalla menzogna, mentre fra Jim e Aurora nasce un sentimento di vera amicizia, di solidarietà contro la loro sfortuna, che si evolve lentamente in amore. Intanto però altre anomalie si verificano, un altro uomo brevemente si ridesta. Appare drammaticamente chiaro che l'astronave sta per collassare. Potrà mai un giorno Jim redimersi dalla sua colpa, rimediare al suo egoistico errore? La sceneggiatura di Passengers, scritta da Jon Spaihts (Prometheus, Doctor Strange, la nuova Mummia), era una di quelle "maledette", definite in "development hell", e risaliva al 2007, proposta a vari registi (fra cui pare anche Muccino) ma che non aveva mai trovato esecuzione. Con la regia di Morten Tydlum (L'ora nera, The Imitation Game) e un budget sostanzioso, vede oggi la luce e non è davvero il caso di accanirsi con acrimonia, di beffarsi di tutte le assurdità e le incongruenze nel corso della narrazione, perché si tratta di una fiaba. E come tale va presa e consigliata anche, a sorpresa, ai più piccoli (diciamo dagli otto anni in avanti). Inoltre, per più della sua metà, il film, finché non è chiaro che piega prenderà la storia, riesce anche a destare un certo interesse, a incuriosire sugli sviluppi possibili. I protagonisti formano una coppia ben assortita, nella quale la battuta "ti fidi di me" obbliga a rimandi di ben altri naufragi di ben altre navi (ma siamo sempre passeggeri, da qualche parte, in diverse situazioni). Con spirito natalizio, diamo dunque un giudizio non severo, sull'onda anche del poetico finale, che non mancherà di far ricordare, ai non più giovanissimi, quello di Silent Runnig, un piccolo film del lontano 1972, quando si pensava di più al "messaggio" e meno alle incongruenze tecnico/scientifiche. Più cuore insomma e meno solenoidi.

 

 

 

tenero

7