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Ore 15:17 – Attacco al treno

Elogio della semplicità?

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Il nuovo film diretto da Clint Eastwood racconta una storia vera, basato sul libro scritto dai protagonisti, tre americani veri, tre ragazzi qualunque, gente comune di Sacramento, California. Spencer, Alek e Anthony hanno fatto amicizia fin dai banchi di scuola, accomunati da scarsa attenzione allo studio, da scarso senso della disciplina, da una passione travolgente per le armi e dalla mitizzazione per il servizio militare. Li ritroviamo sui vent’anni, Anthony che pare passare il suo tempo a farsi selfie e a stare sui social, Alek che si è arruolato e sta in Afghanistan, dove sta imparando a fare il cecchino, ma si annoia (sic), non diventerà mai un American Sniper (meglio per lui però). Spencer, ragazzone sovrappeso e dalla faccia non sveglissima, tenta di fuggire dal bancone dove fa smoothies arruolandosi in qualche corpo militare minore, soccorso sul campo, corsi di sopravvivenza. Ma senza farcela neanche lì, perché proprio gli manca qualcosa. I tre decidono di concedersi un viaggio insieme, la classica vacanza “gnorante” in Europa, visitando Roma, Venezia, Berlino. Ma il 21 agosto 2015, sul treno che da Amsterdam li dovrebbe portare a Parigi, fanno l’incontro del destino, quello con un terrorista islamico che vorrebbe fare una strage sul treno con l’immancabile Kalashnikov. Coraggiosamente, su questo non ci piove, Spencer soprattutto ma anche gli altri due, con l’aiuto di un passeggero, ingaggiano una lotta feroce contro l’uomo, riuscendo a immobilizzarlo. Saranno giustamente insigniti della legione d’onore da Holland (nel finale la scena originale), e premiati con varie medaglie al ritorno in patria, considerati degli eroi là dove in precedenza erano stati trattati come dei falliti. Storia esemplare? E cosa ci vuole dire Clint Eastwood, portandola all’attenzione del mondo, regalandole l’eternità nel farla diventare un film, interpretato proprio dai tre veri protagonisti della storia (che se la cavano abbastanza onorevolmente, specie Spencer)? Ci vuole dire che non sempre la società sa tirare fuori il meglio da noi, che si può però essere eroi per un giorno, che il Grande paese è contraddittorio, fra Ritalin e fucili da guerra giocattolo, spinge e respinge senza pietà? Che insomma una volta di più il Sogno non esiste? Qualunque cosa voglia dirci e padronissimo di farlo e noi di condividere o meno, resta che come narratore il mitico Clint Eastwood qui si prende troppo tempo per arrivare al dunque, dilungandosi nella descrizione della vita da poco dei personaggi, sia nel segmento dell’infanzia sia in quello successivo, indugiando su particolari davvero inutili (quanti minuti vanno sulla scelta di un gelato a Venezia?). Forse per far risaltare di più lo stacco fra tanta serena pochezza e la violenza improvvisa dell’aggressione e la concitata lotta per sopravvivere, per sottolineare la reazione da uomini della strada che vogliono ribattere alla cieca voglia di annientare altre semplici, brave persone come loro? Difetto di forma quindi rispetto alla sostanza? Dove la sostanza prosegue nella linea prediletta da questo regista/autore/attore, che dirige storie che rientrino nel suo pensiero. Che è quello dell’uomo che fa la differenza, che si alza e reagisce alle ingiurie del destino (non salva da solo l’umanità, come dice Spielberg, al suo fianco comunque come produttore in uno dei suoi migliori film bellici), anche se spesso la ricompensa non arriverà mai o sarà insufficiente, nell’incomprensione della società. L’America è un padre senza indulgenza, che storce la bocca quando mette il figlio alla prima prova e lo vede sbagliare, condannandolo così alla sconfitta perenne. Strano discorso e sembrerebbe contraddittorio per uno che vota per il partito di Trump. Chissà come finiranno i tre ragazzi, passato il clamore del loro atto di coraggio e adesso del film. Come arriveranno alla maturità e alla vecchiaia, il paese saprà ricambiare il loro gesto e loro saranno capaci di metterlo a frutto? O sarà un’altra delusione, le vite continueranno come prima, arruolamenti, stress, lavori dequalificanti, tante birre, social e solitudine, e loro mai entreranno a far parte del mondo degli happy few, promessa tanto sbandierata, mai mantenuta. Come Clint Eastwood del resto sa benissimo.
 

Forma sconfigge sostanza

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