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Notti magiche

Come eravamo non saremo più

di

Il cinema è la fabbrica dei sogni. Ma cosa sono i sogni? Possono essere rimescolamento di speranze, di desideri, di rimpianti, e possono diventare incubi. Il mondo del cinema, come il resto del mondo, è come le persone che ne fanno parte, che lo compongono. C’è di tutto, poeti e affaristi, artisti e guitti, primi attori e comparse. Di questo tratta, con tutto l’amore possibile, l’ultimo film di Paolo Virzì, e le “notti magiche” sono quelle delle partite dei Mondiali del ’90 a Roma, che scandiscono l’avventura di tre giovani aspiranti sceneggiatori, un verboso borghesuccio siciliano, un ruspante proletario toscano e una nevrotica figlia dell’establishment romano, vincitori dell’ambito premio Solinas e della sua lauta borsa di studio. Avranno anche loro le “notti magiche”, mentre per un attimo incrociano il mondo dei loro sogni, i personaggi noti e notissimi, i protagonisti e i figuranti di un ambiente che sembra essere perennemente in crisi, con il suo inconciliabile connubio fra arte e soldi, popolato di avventurieri e registi in crisi, di sceneggiatori allevati come polli in batteria, di divi viziati e di divette pronte a tutto. Un’ubriacatura di vita che li illude, li esalta e li abbatte, eppure costituirà una fonte di formazione tale da imprimere una svolta alle loro esistenze. Questa è la storia, affidata a tre giovani attori poco noti, circondati da una miriade di volti invece ben conosciuti e amati dal pubblico. I tre si trovano coinvolti in un “giallo”, perché un noto produttore finisce nel Tevere con la sua macchina dopo essere stato a cena con i tre ragazzi. Ma l’uomo era già morto prima di precipitare nel fiume e il Colonnello dei Carabinieri, chiamato a indagare, vuole arrivare a capire cosa sia successo, e interroga il terzetto sui fatti della tragica notte, e su cosa li avesse portati lì, proprio in quel momento. E con noi ripercorrerà l’avventura. La parte più divertente però, anche se venata di amarezza, è quella riguardante il “generone” cinematografico che ruota tutto intorno, nel quale i ragazzi si immergono, di cui si illudono di fare parte, tutti a conoscersi e a detestarsi, a parlarsi addosso e ad evitarsi, a incrociarsi a sfruttarsi. In questo girone di personaggi con grande divertimento si può giocare a riconoscere questo o quel personaggio noto, quando addirittura non vengono proprio nominati esplicitamente, per la gioia del cinefilo. Se l’Italia sarà eliminata ai rigori, mentre Craxi si avvia verso la fine sua e di un’era, se il cinema italiano di quegli anni è in caduta libera, se la televisione incombe, vecchie le vecchie glorie e nessuno nuovo a rimpiazzarle degnamente, dov’è la strada verso la salvezza, quale diversità rispetto al passato produrrà personaggi e opere all’altezza del passato? I ragazzi saranno digeriti ed espulsi, altri registi, attori, produttori, sceneggiatori da allora in poi si affolleranno su quel palcoscenico, compreso proprio Paolo Virzì. Ma il cinema resterà lì, a guardare e raccontare le vite, proprie e degli altri, a patto di mantenere la sua capacità di non fissare solo il proprio ombelico, ma volgere lo sguardo oltre, fuori dalla finestra. Incitamento che paternamente (anche paternalisticamente, parlando per bocca del troppo bonario e illuminato Comandante dei Carabinieri) il regista sembra rivolgere ai nuovi aspiranti autori, anche se Virzì appartiene a una generazione successiva ai vecchi “tromboni” un tempo gloriosi, cui dice di voler qui indirizzare un “irriverente” saluto. E potrebbe presto trovarsi nella stessa condizione nei confronti di qualche giovane hungry, foolish. Perché i figli quei padri devono sempre cercare, generazione dopo generazione, di ammazzarli.

godibile

7