MovieSushi

Nostalgia

La nostalgia non è il rimpianto

di

Felice ritorna a Napoli dopo 40 anni di assenza. Ha lasciato la città da ragazzo, è andato in giro per il mondo a cercare la sua strada e l’ha trovata alla fine al Cairo, dove è diventato un imprenditore di successo e ha sposato una bella dottoressa. Parla con un leggero accento arabo, è diventato mussulmano, ma sente ancora il richiamo della propria città natale. Torna anche per ritrovare la madre, anziana e malata, confinata in un basso, cui ha continuato a provvedere da lontano ma senza mai più rivederla. Nei mesi del suo soggiorno prende una bella casa e riesce a darle la serenità voluta, muove i suoi passi per i vicoli degradati del suo rione, il Rione Sanità, dal decadente fascino, percorso dai motorini dei “soldati” dei vari boss. Là intreccia qualche nuova conoscenza, su tutte quella con un prete di quartiere assai agguerrito che contrasta la diffusione capillare della malavita. Ma è sovrastato dai ricordi di un’adolescenza rischiosa, sull’orlo dell’illegalità, anni vissuti pericolosamente in compagnia di un amico-ombra, Oreste, che però ha scelto una strada opposta, diventando un feroce capo malavitoso. Qualcuno ce l’ha con lui, Felice subisce dei piccoli attentati. Tutti lo consigliano di andarsene, lui invece si ostina a restare, compra casa e richiama la moglie. Perché ormai si è arreso, Napoli è la sua casa, la sua famiglia, qui ha la sensazione di poter fare il Bene, non può abbandonarla di nuovo. Che dire di Pierfrancesco Favino che non sia già stato detto, non tanto riguardo alla sua capacità di dare alla sua voce inflessioni diverse, quanto per la sua capacità di calarsi in modo sempre credibile in personaggi molto diversi. Anche qui si conferma in un’interpretazione sobria e contenuta, eppure toccante. Al suo fianco troviamo Francesco Di Leva (il prete) e il sempre inquietante Tommaso Ragno (il “malommo”). Tratto dal romanzo di Ermanno Rea, il film sceneggiato e diretto da Mario Martone, descrive bene la figura del protagonista, il suo lento immergersi nelle atmosfere di una città che gli è sempre rimasta nel cuore, come fanno le città in cui si abbia vissuto la giovinezza, bella o brutta che sia stata, il suo graduale espandersi nella zona scelta per viverci, i rapporti spiccioli con la gente e l’amicizia con il prete e il suo giro virtuoso. Pecca invece di schematicità nella descrizione del “cattivo”, il “malommo”, meno accuratamente approfondito, anche nell’unico incontro con Felice. Mentre è proprio nella sua vita, spesa in nome del Male, che sta il fulcro del film (almeno pensiamo così fosse, nelle intenzioni del regista). Perché il Male che procura potere e soldi costa un prezzo altissimo, costa l’isolamento, la mancanza di affetti famigliari, nel mantenimento della propria presa spietata. Ed è proprio rimirare l’abisso che lo divide da chi ha fatto la scelta opposta, può essere ciò che fa scaturire la sua reazione. Questo aspetto però viene lasciato all’intenzione dello spettatore, che potrebbe farsi confondere da un finale più convenzionale e scontato, che sembra alludere solo alla drammatica situazione di tanti luoghi, in cui la malavita ha preso il sopravvento sul mondo civile. E questo delude, anche perché largamente prevedibile, mentre si spera fino alla fine di essere contraddetti. Peccato non succeda.

Prevedibile

6