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New York Academy – Freedance

Scuola di danza, scuola di vita

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Abbiamo già detto altre volte che uno dei protagonisti di un film può essere la città in cui è ambientato. Questo vale anche per New York Academy – Freedance, sequel del film del 2016, perché la splendida città è fondamentale per lo svolgimento della storia, per la sua plausibilità, non solo per la bellezza delle inquadrature che scandiscono la narrazione, ma perché New York è sempre New York, la città dove If I can make it there, I’ll make it anywhere. È la metropoli immensa della Juilliard, di Fame, dei mille contest, dei provini costanti, dove gli esami, le selezioni non finiscono mai. E se mille sono le sue luci, molto più di mille sono i ragazzi che studiano, si allenano, si impegnano ogni giorno allo spasimo per trovare un loro posto nel mitico show business. Per il resto potremmo ripetere la nostra recensione del film precedente, con pochi aggiustamenti riguardanti la trama. Che qui vede Barlow, danzatrice dotatissima, che per campare lavora in un call center. Si sottopone alla selezione per un prestigioso musical a Broadway, soccombe al fascino del peraltro bellissimo coreografo-superstar Zander, caratteriale e inaffidabile però, senza accorgersi della passione che ha suscitato in Charlie, pianista eccellente che per campare fa food delivery. Dopo vari incidenti di percorso, tutti facilmente intuibili, un finale aperto si rivela meno scontato del prevedibile. La storia vagamente fiabesca, come tanto piace a un pubblico di adolescenti, palese target del film, trova il suo punto di forza nella quantità di “numeri” musicali di cui è disseminata, suonati e danzati, sia quelli classici sia quelli hip hop, compresa una notevole performance in stile anni ’20. I protagonisti sono belli e bravissimi come ballerini (come attori non si chiede molto). Thomas Doherty, già visto in Descendants 2, spezzerà molti cuori. Anche tutta la crew al lavoro è di gente che ha alle spalle titoli noti di genere, i coreografi sono ben quattro, tutti con sterminati curriculum di altissimo livello. Janeen Damian, la produttrice, è moglie del regista Michael, che di suo vanta una lunga carriera anche come attore, di cinema e teatro, oltre che come cantante. Le musiche originali sono nuovamente di Nathan Lanier, un mix di classica e hip hop con un uso originale del “pianoforte preparato”, su scuola di John Cage. Tanto di cappello quindi, ribadiamo, per l’esecuzione dei numeri musicali, dagli incredibili ballerini a coreografia, musiche, costumi, regia e montaggio, tutto ovviamente enhanced nello stile ridondante ormai mutuato dai contest. Ma piacevolmente, molto piacevolmente. E fa davvero riflettere la bravura straordinaria dei danzatori, anche nei ruoli minori o solo di contorno, tutta gente selezionatissima in un grande paese dove le selezioni sono durissime. Per cui anche l’ultimo dei danzatori che hanno passato il casting del film, per interpretare quelli espulsi dal casting del musical nel film, è in realtà fra i migliori sulla piazza. Un livello davvero stupefacente di professionalità collettiva. Meditiamo, gente, meditiamo, sul mercato nostrano.

Quanto è dura la salita

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