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Nelle pieghe del tempo

Una favoletta pretenziosa

di

 Un film può riuscire male, succede, non è il caso di ammazzarsi. I motivi possono essere tanti, una storia poco appassionante, o sconclusionata, o assurda, con svolte narrative gratuite, pretestuose. E protagonisti poco simpatici, personaggi banali, alcuni addirittura inutili. Una regia piatta, effetti speciali poco speciali, anche se comunque costosi (qualche volta irrita vedere i soldi buttati vistosamente, clamorosamente via). E l’insopportabile, eccessiva profusione di buoni sentimenti, troppo evidente “politica correttezza”. E illogiche svolte e altrettanto illogiche risoluzioni. Ma quando tutti questi motivi si trovano nello stesso film, allora sorge un dubbio: possibile mai? Ci sarà sfuggito qualcosa? E non basta. Per Nelle pieghe del tempo, che vorrebbe essere una “fiaba di spessore”, film di rara bruttezza e confusione e inutilità, possiamo anche aggiungere tre fate (tre come per Cenerentola), Quale, Cos’è e Chi (ah che nomi arguti!), di rara bruttezza nel tentativo fallito di conferire loro, attraverso un look estremo, una sovrannaturale attrattiva, che si esprimono per frasi alate, “dense di significato” (una parla per citazioni celebri, la migliore) ma che non significano assolutamente nulla, se non estreme banalità. Si parte con tentativi di legittimazione scientifica con ricorso addirittura alla fisica quantistica per finire su un pianeta con i tentacoloni che parla con profondissima voce demoniaca, dove il detestabile fratellino della protagonista diventa una specie di bambino di Satana con tanto di occhi rossi. E poi buoni sentimenti come piovesse, e correttezza politica nel cast (come si spiega un bambino filippino in una coppia mista bianco/nera?) e gli ormai inevitabili accenni al bullismo che, signora mia è una cosa così brutta, e neanche gli insegnanti ci fanno bella figura. E l’avveduta ragazzina, dal look incolto, rinuncia alle tentazioni diaboliche che le mostrano una se stessa coi capelli piastrati, più magra e stilosa e soprattutto “popolare”, giammai, lei resterà stile grunge e crespa e scontrosa. Ma saggia e colta.

La trama: Meg, figlia di due fisici genialissimi, geniale pure il fratellino, va giustamente in crisi quando il papà, nel tentativo di superare le barriere spazio/tempo con la forza della mente, un giorno ci riesce e puff! Sparisce. Lei si butta un po’ via, picchia un’antipatica compagna, va male a scuola. Dopo quattro anni, convinta da tre eccentriche fate/travestite, attraversa un tesseract ”trovando la propria frequenza” e inizia la sua ricerca del padre nel cosmo, insieme al fratellino e a un amichetto belloccetto del quartiere (personaggio del tutto irrilevante rispetto a tutto ciò che succederà). Troverà fantastici e bellissimi pianeti ma anche quello brutto, scuro e cattivo dove chissà come (si potrebbe dire sfiga cosmica) era finito papino. Chissà come andrà a finire. Bastasse dichiarare i propri difetti e dire qualche frase affettuosa per cavarsela. Nell’indigesto pastrocchio resta coinvolto all’inizio e alla fine Chris Pine in versione barbuta, la mamma è la perfettina Gug Mbatha-Raw, la ragazzina Storm Reid è antipatichina, antipaticissimo il fratellino, che è il filippino Daric McCabe, l’amichetto (ma sarà cripto-gay e se lo fosse sarebbe il delirio) è Levi Miller col rossetto. Le tre fate sono Reese Witherspoon, Mindy Kaling, Oprah Winfrey, ma si fanno coinvolgere anche Zach Galifianakis e Michael Peña. Il film è tratto dal primo volume della saga di Madeleine L’Enge (non osiamo pensare agli altri…) scritta fra i ’60 e gli ’80, già più saggiamente portato su piccolo schermo nel 2003, inizialmente pensato (sempre più saggiamente) come miniserie. Quindi, come dicevamo all’inizio, quando un film viene male, pazienza, non muore nessuno. Ma qui ci si stupisce veramente di quanto sia venuto male questo, così incredibilmente brutto e inutile. E si parla di 100 milioni di dollari, piange davvero il cuore.
 
 
 
 
 

grottesco

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