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Mistero a Croocked House

Gente perbene in un interno

di
Agatha Christie, 1890/1976, è ritenuta una delle scrittrici inglesi più note e influenti (e copiate), giustamente considerata maestra del genere “giallo”, capace di creare suspense senza mai ricorrere a trucchetti o derive sanguinolente, creando atmosfere intriganti grazie alla perfetta descrizione dei personaggi, dei loro rapporti e dei moventi, in un intreccio che porta sempre alla logica conclusione. Moltissimi suoi romanzi sono stati portati su grande schermo, siamo prossimi all’uscita di un remake del suo grande classico Assassinio sull’Orient Express.

Arriva adesso sugli schermi un prodotto minore (minore il film, non il romanzo), Mistero a Croocked House, tratto dal suo romanzo E’ un problema, pubblicato nel 1949. Nell’Inghilterra del dopo guerra, un giovane investigatore alle prime armi, con alle spalle un passato tormentato, accetta di investigare sulla morte di un magnate, defunto sembra per cause naturali, o almeno qualcuno vuole farlo credere. Infatti in ballo c’è la solita enorme eredità, che per motivi diversi fa gola a tutta la numerosa, stratificata famiglia che l’uomo ha tenuto intorno a sé negli anni, con il famoso sistema della carota (un parassitario sostentamento) e del bastone (dipendenza umiliante). Ma la dipendenza parassitaria bene si adatta alla classe alto-borghese tante volte descritta da questa autrice. Non fosse che porta con sé il rischio di saturazione con conseguenti piani criminosi di vendetta. Quando tutti sembrano colpevoli e potrebbero esserlo, si procede per esclusione. Ma all’esclusione può contribuire anche l’assassino stesso, mentre cerca di sottrarsi alla giustizia. Come da manuale, l’azione si svolge in un breve periodo di tempo, in un luogo delimitato e vede coinvolto un gruppetto di personaggio ristretto, anche se le radici che hanno nutrito e fatto crescere il malessere hanno radici lontane, altri luoghi, altre persone. Certe volte sarebbe meglio se le famiglie si disfacessero e i suoi membri si allontanassero gli uni dagli altri. Raccontata senza voli di regia, la vicenda incasella tutti gli elementi investigativi che permetteranno all’investigatore, ma anche allo spettatore, di arrivare alla conclusione logica, senza forzature perché queste erano le mirabili trame della Christie. Forse la freddezza del tono narrativo originale (la regia è di Gilles Paquet-Brenner, responsabile già di Dark Places, La chiave di Sara) raffredda troppo il film, che è privo di quella capacità di intrigare lo spettatore con situazioni e personaggi coinvolgenti, anche se le battute dall’acido gusto inglese rendono scorrevole l’avvicendarsi di delitti e indagini (alla sceneggiatura troviamo Julian Fellowes, esperto dell’ambiente, già autore di La fiera delle vanità, Gosford Park, la mitica serie Downton Abbey).

Un bel cast riesce a rendere più attraente il tutto, ad un po’ incolore Max Irons e alla giovane Stefanie Martini (la serie Prime Suspect 1973) si affiancano alcune vecchie glorie come Glenn Close, Terence Stamp e Julian Sands. Gillian Anderson è sempre bellissima e algida. Sempre super morbida Christina Hendricks, che non è cattiva, ma la disegnano così. A completare un film che rispecchia bene le atmosfere originali contribuisce l’ambientazione in una sontuosa magione di campagna (la villa all’esterno è Minley Manor), con eleganti costumi e curate scenografie.
 

Un esercizio di vecchio stile

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