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Midsommar

Gialli prati rosso sangue

di

Il Male ci circonda, a volte esplode così vicino a noi da devastarci la vita. Distrutta da una tragedia famigliare, la giovane Dani, dopo qualche mese di tranquillanti, si unisce al fidanzato e ai suoi amici, pur da loro male accetta, per un viaggio nell’estremo nord della Svezia, in una località dove si vive come in una comune. C’è la festa di mezza estate, un rito antichissimo e primordiale, questa volta il rituale è speciale, uno di quelli che avvengono ogni 90 anni (il rito esiste veramente, ormai unificato a una festa cristiana, non più pagana). Uno dei ragazzi è originario di quelle zone (e un po’ innamorato di Dani), un altro vuole scrivere la sua tesi sull’argomento, un altro ancora si accontenta di promesse di sballo e ragazze disponibili. Christian (Jack Raynor), il ragazzo di Dani, si fa trascinare dal gruppo. Lei è un poco catatonica, sempre rigidina, ama o forse è solo troppo legata a Christian, che però sotto sotto di lei e dei suoi problemi è un poco stufo. Questa poco amalgamata compagnia sciama lietamente in un luogo che inquieterebbe anche un deficiente, ma non importa, sono le regole d’ingaggio dell’horror. Sotto un sole freddo ma abbagliante, verdi praterie si stendono a perdita d’occhio, sulle quali sciamano frotte di indigeni biancovestiti, intonando canti bizzarri anche con suoni un po’ disturbanti. Fiori ovunque, allucinogeni offerti come cocktail di benvenuto, tavolate lunghissime dove tutti insieme allegramente mangiano e bevono (e cantano e suonano, sempre). Anche per dormire si sta insieme, grandi capanni luminosi, con file di brandine. Tutto è pulitissimo, ordinatissimo, regolatissimo, organizzatissimo. Tutti sono obbedientissimi ai capi, tutti sono felici e sorridenti. Ben di più degli sprovveduti turisti. Il gruppetto lentamente si lascia invischiare, come quando nelle sabbie mobili più ti agiti e più affondi. Storditi da varie droghe che alterano sempre più la realtà, assunte volontariamente (si sa che lo sballo è bello) e a loro insaputa, si avviano ad una fine atroce (non è spoiler, dai, quando un mai film così finiscono bene). Scrive e dirige Ari Aster e questo suo Midsommar è per molti versi migliore del precedente Hereditary. La storia non è certo originale, già visto l’incauto approccio dell’individuo civilizzato con tribù antiche o nuove che praticano culti feroci sotto un’apparenza bucolica e senza andare a cercare trattati antropologici pensiamo a The Wicker Man. Ma Aster sa indubbiamente come raccontare e come mantenere alta la tensione (e vero la fine c’è una mutilazione così atroce da restare nella memoria, sembra ispirata ad antichi riti vichinghi). Anche la fotografia contribuisce, così sovraesposta, con i bianchi sempre più luminescenti sotto un sole di mezzanotte pallido e malato, opera di Pawel Pogorzelski, già con Aster nel film precedente. E si segnala anche la colonna sonora, che mischia strumenti musicali a rumori e inquietanti sono le nenie degli abitanti del posto (scritta da Bobby Krlic sotto lo pseudonimo di The Haxan Cloak). Per cui possiamo dire che come minimo la forma travalica la sostanza, che Aster sa raccontare benissimo una storia del tutto prevedibile, che viene minata dalla pretesa di insistere su certi dettagli, di allungare certe descrizioni. Perché l’eccessiva durata non regge la voluta, costante tensione e a tratti si scivola nel grottesco, nel ridicolo, mentre si chiede allo spettatore di alzare sempre più l’asticella della sospensione dell’incredulità (ma troppa ne richiede la lenta e inerte presa di coscienza della situazione da parte dei protagonisti, così come era in Hereditary). Autore interessante, Aster non ha saputo contenersi per quanto riguarda la lunghezza (forse per dimostrare quanto abbia diligentemente studiato questi riti ancestrali che dettagliatamente raffigua). Tutto è frutto di accuratissima messa in scena, anche nelle rune ricamate sugli abiti c’è un significato preciso, così come nella forma di costruzioni e arredi, ad affrescare il capanno dei ragazzi ci sono i dipinti di ispirazione medievale di Ragnar Persson, nei quali si rispecchia la storia che si svolgerà (come la casa delle bambole di Hereditary). Ma due ore e venti abbondanti, tagliate di circa mezz’ora per necessità distributive, si avvertono. Si dice che Aster stia elaborando, esorcizzando un suo lutto personale, che riflette nel personaggio dilaniato di Dani, privata degli affetti, sola e vulnerabile (e alterata), fagocitata, per suo inconscio bisogno, da una comunità dove la solidarietà, l’empatia sono vistosamente esibite, anche nelle manifestazioni più esteriori. Ugualmente non si riesce mai a empatizzare, causa la follia di certi comportamenti, esattamente come era in Hereditary e così non ci sembra che su questo aspetto l’autore sia migliorato. Almeno Midsommar riesce talvolta a inquietare. Nel cast troviamo facce note, l’ottima Florence Pugh, dopo Machbet e The Little Drummer Girl, è avvitata una carriera promettente, vista anche la scelta oculata dei lavori; Jack Raynor deve fare il fidanzato ottuso e ci riesce; Will Poulter fa il vero turista scemo e si merita tutto quello che gli accade. Conclusione spiccia, per scherzare su tanta tragedia: l’americano medio, specie se di città, è meglio che non vada in campagna, non cerchi tranquilli weekend e mai vada per colline, non apra certe porte, non vada nelle case in fondo a sinistra e mai soprattutto mai si rechi in Europa, dove nei film horror sempre gli capitano le cose peggiori.

Interessante, imperfetto

7