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Memorie di un assassino

Ricordi del passato

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Arriva sugli schermi italiani Memorie di un assassino, noir coreano del 2003 e quale può essere il motivo di una distribuzione così ritardata? Molto semplicemente il film è diretto da Bong Joon-ho, oggi sulle bocche di tutti, dopo il successo del suo nuovo film Parasite. Non che nel frattempo il regista non avesse realizzato altri film, ci sono stati di The Host e Mother, oltre al più noto Snowpiercer e a Okja, distribuito da Netflix. Con Memorie di un assassino siamo nel 1986, in un villaggio agricolo miserabile, dove la vita degli abitanti è scandita dalle assurde regole del regime, che deve dimostrare la propria esistenza, il controllo sul territorio, senza preoccuparsi però minimamente della qualità della vita della misera popolazione. La Polizia è composta da inetti, che credono di sapere il mestiere perché guardano una serie tv poliziesca di successo. Quando viene ritrovato il corpo di una ragazza, ammazzata brutalmente, Park e Chao, la coppia di addetti alle indagini, arrestano subito un poveretto dal ridottissimo quoziente intellettuale e a suon di botte cerca di farlo confessare, così come faranno anche in seguito con un altro sospetto. Ma i delitti proseguono e avvengono sempre in una notte piovosa, mentre alla radio suona la stessa canzone, ordinata da un misterioso ascoltatore. Le donne sono ammazzate con un preciso rituale e quindi, nel sospetto di un serial killer, da Seul viene inviato nelle campagne un vero poliziotto, Seo, che assiste incredulo alle pantomime dei colleghi locali. Intanto la stampa si scatena, gli omicidi continuano, le indagini portano fortunosamente a qualche indiziato ma a mancare sono sempre le prove. Nella vana attesa di un responso sul DNA dagli USA, perché in Corea manca la tecnologia necessaria, si consumerà l’ultima illusione di giustizia. Molti anni dopo, nel 2003, in un paese più luminoso, dove traspare un nuovo benessere, la ferita non smetterà di sanguinare. Bong Joon-ho confermava già allora il suo stile, la sua attenzione a certi temi, che si sarebbero riflessi sulle opere seguenti. Più del killer, più dei poliziotti, protagonista è l’indifferenza del Potere, che non concede mezzi, risorse (se c’è bisogno di rinforzi, non arriveranno, perché ci sono tante manifestazioni di studenti e lavoratori da soffocare), perché dei poveracci non importa a nessuno. Ne esce il quadro di un paese arretrato, ignorante, con il potere meschinamente impegnato a salvare la faccia a qualunque costo, fra ridicoli coprifuochi, esercitazioni assurde, turni di lavoro massacranti, macchine che non partono, scene del crimine mai preservate, prove falsificate o raccolte senza precauzioni, ogni vittima in più a pesare sulla coscienza di poliziotti che si renderanno conto della propria incapacità, dell’impotenza cui sono costretti. Nella vana speranza che guardando qualcuno negli occhi si possa capire se sia colpevole. Il regista, che ha collaborato alla sceneggiatura, scritta insieme a Shim Sung-bo a partire dallo scritto di Kim Kwang-rim, racconta una storia realmente avvenuta, quella del primo serial killer coreano, con 10 vittime nell’arco di sei anni, usando però toni di surreale humor, nella rappresentazione grottesca dei metodi della Polizia, la cui stupidità non evita l’inutile, comoda brutalità. Ma anche sottolinea la lenta presa di coscienza dei sottoposti e la loro frustrazione, messi nell’impossibilità di porre argine a tanta crudeltà, di dare giustizia a tante indifese vittime, da un Sistema bugiardo, che sbandiera progresso e benessere, mentre è arcaico e inadeguato. Anche la fotografia di Kim Hyung-ku, spenta e quasi monocromatica sembra emanazione diretta dell’opacità del Sistema. Non si può dire che già Boong Joon-hu non promettesse bene, ma certo ha imparato a rimescolare i suoi temi preferiti (trattati con più spettacolare grandiosità in Snowpiercer e con malinconica ironia proprio in Parasite), in modo tale da arrivare, 16 anni dopo, a un tale gradimento da parte occidentale, da guadagnarsi addirittura quattro Oscar.

essenziale

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