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Macchine mortali

Metafore meccaniche

di

In italiano guardare e vedere hanno due sfumature linguistiche diverse. In inglese non per nulla si dice “watch movie” e così noi abbiamo “guardato” Macchine mortali, il film tratto dai primi due romanzi della serie scritta da Philip Reeve a partire dal 2001 con target fra i 10 e i 15 anni (siamo nella solita fascia young adult insomma). In tutto sono quattro romanzi della saga e tre per il prequel. Peter Jackson scrive, insieme a Philippa Boyens e Fran Walsh, riformando il gruppo del Signore degli Anelli e dello Hobbit, e anche produce, impiegando la sua Weta per gli effetti speciali (con un budget 100 milioni di dollari), ma a dirigere chiama Christian Rivers, suo collaboratore in diversi ruoli da decenni. Storia già molto sentita, il solito mondo post-post atomico, la terra devastata da conflitti portati a termine con l’uso di armi di indicibile distruzione. Secoli sono passati e i sopravvissuti, nel consueto scenario di desolazione, in un sistema detto “darwinismo urbano” (il più grande letteralmente ingloba il più piccolo) si sono raggruppati in agglomerati su modello delle città d’origine, che però sono organismi in continuo movimento (le “città trazioniste”), le cui architetture si modificano a seconda delle necessità. Come giganteschi libri pop up a 360 gradi, le città, costruite su più livelli, si chiudono su se stesse per affrontare calamità naturali, spostamenti, inseguimenti, fughe e combattimenti. La più grande, la più potente, la più spietata è la città Londra, sovrastata da quanto rimane della cupola di Saint Paul e i due leoni di Trafalgar sono accucciati sugli enormi cingoli che la muovono. Quando una città viene conquistata e razziata per depredarla delle risorse necessarie, cibo per gli abitanti, combustibile per le macchine, tutto ciò che apparteneva al criminale passato delle vecchie civiltà (ma che tanto civili non erano come dimostra la fine che hanno fatto) viene distrutto. Qualcuno però collezione, per amore dei ricordi, e qualcuno mosso da ben altri sentimenti, vorrebbe mettere le mani su reperti potenzialmente pericolosi se assemblati come non si dovrebbe più. Perché nell’Est ci sarebbe una civiltà esterna da conquistare, una civiltà di “stazionisti”, che hanno scelto un diverso sistema di vita difesi da un’altissima muraglia. Si incontreranno e si scontreranno una ragazza ferita e incattivita dal suo traumatico passato, un ragazzo sensibile e coraggioso, un despota che pare illuminato, un robot spietato ma vulnerabile, una risoluta aviatrice. E ci sarà una resistenza di eroi coraggiosi, e losche manovre e mire criminali e i buoni si riveleranno cattivi e quelli additati come nemici si riveleranno di segno opposto. E i figli soffriranno e pagheranno per le colpe dei padri. Nel cast poche le facce note, a parte Hugo Weaving troviamo Robert Sheehan, che dopo Misfits ha partecipato a molte altre serie e a qualche film. Quasi sconosciute le protagoniste femminili. Sotto la CG del cyborg si nasconde Stephen Lang, il mai dimenticato villain di Avatar. Splendida la resa visiva, si userà ineluttabilmente l’aggettivo “steampunk” per descrivere le mirabili città/macchine, e non sono da meno i diversi panorami, l’aerea città di Airhaven e l’elegante, rossa nave volante. Nella necessità di comprimere tanti accadimenti e soprattutto tanti personaggi nei 128 minuti del film, come spesso accade in questi casi, non si riesce a dare giusto spessore a tutti e così personaggi dei quali si intuisce il potenziale interesse, vengono buttati via (come Shrike, l’ex umano robotizzato, specie di Terminator indistruttibile, che però ancora serba qualche ricordo della sua vita precedente). Si assiste alle avventure, si prevede l’esito finale, ma la narrazione cinematografica manca di pathos, impedendo il coinvolgimento necessario. Manca anche la suspense, di conseguenza, perché se a nessun personaggio ci si affeziona, nemmeno si palpita per la sua sorte. Dopo il crash della Corazzata Britannica, un pensiero vola ironico alla Brexit, così come si sorride che nel contrasto fra Ovest ed Est questa volta siano gli orientali a fare migliore figura (un minimo di sarcastico “revanscismo” australiano nei confronti dell’antipatica GB sembra inevitabile). Ma sono illazioni da fare scherzosamente, pensiamo lontanissime dalle intenzioni degli autori.

Bello da vedere

6