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Lo spietato

Ça va sans dire

di

Se da ragazzino ti portano via da un paesino della Calabria per trasferirti a Buccinasco, con mamma e fratellino in un casermone di squallida periferia, cosa fare? Se vuoi una vita diversa da quella dello sconfitto padre, che non può garantirti nulla, non c’è molto da scegliere, in quella fetta di hinterland soprattutto. E Santo sceglie la più facile, non necessariamente la più comoda. Quella della delinquenza. Scala poco a poco le gerarchie, passa fra rapine, galera, sequestri di persona, ammazzamenti vari, spaccio, fa i soldi, li ripulisce con il mattone, li investe all’estero, china la testa e la rialza, si sposa, si fa l’amante. Intanto sono passati gli anni ’60 e ’70, siamo a quelli della Milano da bere e i soldi e la rispettabilità si innalzano di pari passo. Negli anni ’90 tutto sembrerebbe conseguito, consolidato. Ma un plausibile incidente di percorso blocca gli ingranaggi e la via di scampo sarà una sola, unica forse positiva in un’esistenza davvero nera. Senza estetizzazioni eccessive, senza la pretesa di un quadro storico troppo calligrafico, il film, ispirato al libro Manager calibro 9 di Pietro Colaprice e Luca Fazzo, diretto da Renato De Maria (Paz!, La prima linea, Il segreto dell’acqua, il docu Italian Gangsters) tratteggia un ritratto interessante, fra il polizottesco e il romanzo criminale, di un ambiente che è sempre fonte di ispirazione per letteratura e cinema. Questo succede grazie anche all’interpretazione di Riccardo Scamarcio, in uno di quei ruoli che gli vengono particolarmente bene, perché non deve sforzarsi di riuscire simpatico. Le sue donne sono Sara Serraiocco, mogliettina passivo/aggressiva, e Valetine Payen, l’amante di prestigio. Facce ben scelte per i comprimari e piacevole selezione di canzoni fra cui si risente Malamore di Enzo Carella, in una cover di Riccardo Sinigallia. Il film sarà nelle sale l’ 8 9 10 aprile con la distribuzione di Nexo e poi su Netflix dal 19.

godibile

7