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Le ragazze di Wall Street

Quelle brave ragazze

di

Ogni attività crea un indotto, noi stessi come ci muoviamo creiamo movimenti di denaro che fanno andare avanti mille piccole attività. Era colossale l’indotto provocato dagli enormi movimenti di denaro dei broker di Wall Street anti-crisi, soldi guadagnati a palate e con tale facilità da venire poi spesi a fiumi con altrettanta facilità. Il film Le ragazze di Wall Street racconta una storia vera, raccontata sulle pagine del New York Magazine da Jessica Presler. Facciamo la conoscenza di un gruppetto di oneste lavoratrici nel settore dell’intrattenimento: sono ballerine di lap dance, atletica e faticosa specialità che però escludeva pratiche sessuali. Le ragazze provenivano tutte da ambienti socialmente disagiati, chi lavorava per pagarsi borse e vestiti ma molte ci mantenevano casa, famiglia, anziani genitori e figli, in un paese dove il discorso assistenziale lascia molto a desiderare. La protagonista della storia, con gli occhi della quale assisteremo all’evolversi della vicenda, è Destiny, che nel 2006 inizia la sua esitante carriera. Nel locale di Wall Street dove ha trovato lavoro, dove solo il talento impedisce di finire sul marciapiede, la “Domina” della ragazze, la figura di riferimento, mentore prima, poi amica e quasi sorella per Destiny, è Ramona (una scultorea Jennifer Lopez), spregiudicata, senza scrupoli nel manovrare da anni gli aspiranti Gekko (di Stone), i Jordan Belfort (di Scorsese), con cui condivide il disprezzo per le regole. Per Destiny con i buoni consigli di Ramona le cose iniziano a girare bene. Ma arriva la crisi della Lehman Brothers nel 2008, con il crollo di tante carriere, patrimoni che si volatilizzano, gente che vola dalle finestre o finisce in galera. Tutto quell’artificioso ambiente subisce una dura battuta d’arresto. E crollano i consumi, attività commerciali che vivevano del fiume di soldi che sgorgavano dalle tasche dei broker falliscono o si ridimensionano. I locali di lap dance, in cui gli agenti di borsa infilavano le banconote da 100 euro nel filo interdentale delle ballerine, chiudono oppure obbligano le ragazze, per meno soldi, a accettare pratiche sessuali. Per sopravvivere, dopo aver provato a fare le sottopagate lavoratrici del commercio, le ragazze si ricompattano fra loro e sotto la guida di Ramona, iniziano una loro attività, tesa a spennare quei polli che erano sopravvissuti alla crisi, quelli con le carte di credito ancora piene. Ma si trattava di compiere atti sul filo del rasoio della legalità e col tempo, l’avidità di Ramona e di alcune ragazze nuove provocherà il crollo della loro bolla. Molto ben scelto il cast, ottima Constance Wu (Fresh Off the Boat), che è Destiny, ben affiancata da Keke Palmer, Lili Reinhart e molte altre facce note, fra cui Usher che la fa sua entrata trionfale nel locale, da vero rapper sepolto da montagne di donne. Julia Stiles si mantiene a fredda distanza dalla materia che tratta, da giornalista estranea a quel mondo che non comprende del tutto, mentre ne scrive nella sua inchiesta. Quasi irriconoscibile per interventi estetici Mercedes Ruhel (La leggenda del Re Pescatore), l’assistente del gruppo. Ma a dominare la scena è senza dubbio Jennifer Lopez (con un ingresso in scena che resterà nella storia), non solo per la sua intatta bellezza, ma per la bravura nel rendere il suo personaggio. Chi l’avrebbe mai detto, quando si è affacciata sul mondo del cinema all’inizio degli anni ’90. Notevole anche la selezione di canzoni d’epoca. Il film, diretto e scritto da Lorene Scafaria (Cercasi amore per la fine del mondo, The Meddler), mette in scena un ambiente dall’ambiguo glamour, bei locali, bei costumi, belle musiche, ma senza farsi distrarre troppo dai lustrini, sempre di squallide pratiche sessuali si tratta, una forma di prostituzione ad alto livello. Scafaria non santifica nessuna della protagoniste, costruisce senza melodrammi una storia interessante, a modo suo istruttiva. In un mondo di uomini, a volte alle donne non resta altro con cui contrattare il benessere, se non ci si accontenta della pura sopravvivenza. Certo le ragazze se la spassavano alla grande, non solo mantenendo le proprie famiglia, ma riempiendosi di tutti i simboli di quel consumismo mercantile che colpisce là dove manchi un minimo di spessore culturale (ai concreti simboli del successo riassunti dallo strisciare della carta di credito non si resiste). Quindi l’eventuale disapprovazione sulle disinvolte ragazze non deve prescindere dal giudizio non solo sui loro clienti ma anche su tutto un mondo dove se non hai soldi da buttare non esisti e a nessuno importa come te li sei procurati. A Wall Street tutti in fondo imbrogliano e il mondo intorno ne è cosciente, ma gira la testa altrove mentre incassa quello che arriva da attività discutibili. É “l’indotto” bellezza, mica ci si può preoccupare di tutto, si striscia la carta e basta. La regia non si schiera, mostra ma non giustifica del tutto, lasciando lo spettatore a formulare per conto suo il giudizio, mentre avrebbe potuto essere più dura, più esplicita, più chiara nel parallelo fra i due mondi. La riflessione viene così lasciato alla capacità dello spettatore che distratto da tanta glamour potrebbe dimenticare da dove si era partiti e siglare un giudizio facilmente moralistico sulle protagoniste. Attenzione però nel farlo, perché sia loro che i broker erano strettamente coinvolti nell’imbroglio del Sogno, incalzati a perseguire la ricchezza più sfrenata, conquistata però con sacrifici molto più grandi dalle ragazze e assai più effimera, perché legata alla loro avvenenza. Sia le ragazze che i broker vendevano a loro volta Sogni, i broker promettevano la ricchezza ai clienti, e non sempre mantenevano, le ragazze promettevano ai clienti spasso, sesso, sballo e non sempre mantenevano. Chi ha pagato, chi paga però il prezzo più alto?

Interessante, ben fatto

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