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Le Streghe

Tremate, tremate…

di

Siamo negli anni ’60, il ragazzino di colore detto Hero Boy, rimasto orfano, viene affidato all’amorevole nonna, una signora molto autonoma e decisa, punto di riferimento per il suo quartiere (scopriremo in seguito perché). La brava signora riesce con vari metodi, compresa la travolgente musica black, a tirarlo fuori dalla sua depressione. Ma il mondo intorno, sotto la colorata e allegra superficie di un mondo amichevole come crede di vedere Hero, nasconde oscuri recessi, pericoli incombenti: a ogni angolo infatti, in ogni momento si può rischiare di imbattersi in una presenza malefica, una strega, essere femminile profondamente malevolo, che proprio non sopporta la felicità altrui. La nonna per fortuna sa muoversi in mezzo a filtri e pozioni, considerata una specie di guaritrice della piccola comunità e istruisce bene il suo piccolino su come riconoscere le orride creature. Poco potrà fare quando una di queste streghe prenderà di mira la sua famigliola. Decide così di trasferirsi in fretta nel lussuoso hotel dove lavora un parente, per finire però dalla padella nella classica brace. Infatti nell’albergo in quei giorni si tiene un congresso proprio delle streghe che lei e il nipotino stanno fuggendo. E purtroppo nell’hotel è planata la loro Presidentessa, la feroce Strega Suprema, che ha un piano preciso: distruggere tutti i bambini del mondo. Inizia così una frenetica avventura, per salvare se stessi, per salvare il mondo. Il tono è brillante, l’azione non manca, la fotografia coloratissima rende giustizia a costumi e scenografia. Ma. Ci si chiede sempre la motivazione di certi remake, di film già non rimasti nella storia del cinema. In questo caso a monte c’era il film Chi ha paura delle streghe, diretto addirittura da Nicolas Roeg nel 1990. Entrambi i film sono tratti dal libro scritto nel 1983 da Roald Dahl, autore amatissimo negli USA ma assai popolare anche da noi (La fabbrica del cioccolato, James e la pesca gigante, Fantastic Mr Fox, Il Grande Gigante Gentile, Matilde). Rispetto al film di Roeg, qui la sceneggiatura che è addirittura di Guillermo Del Toro e Kenya Barris, oltre che del regista, è fedele all’originale nel finale, mentre si trasporta l’azione da Norvegia e Inghilterra all’Alabama degli anni ’60, cambiando anche il colore della pelle dei protagonisti, da bianchi biondissimi a neri. Senza che questa scelta però risulti significativa rispetto allo sviluppo della trama. Il film di Roeg già non era un capolavoro della settimana arte ma è rimasto nel ricordo per la presenza sempre assai carismatica di Anjelica Huston, che ovviamente era una Strega Suprema memorabile. Questa volta a contenderle il primato, senza però vincere, si misura coraggiosamente Anne Hathaway, sottoponendosi a trucchi e CG per amplificare la sua recitazione obbligatoriamente sopra le righe. Quindi pensiamo che, come in altre occasioni, si sia voluto aggiornare all’attuale tecnologia una storia che per essere raccontata ha bisogno di effetti speciali, che oggi sono più evoluti del 1990. Pensiamo che come sempre al regista Robert Zemeckis sia interessato sperimentare qualche tecnologia, anche se all’occhio dello spettatore, abituato ormai a ogni tipo di meraviglia, questa volta non sembra ci sia chissà che di innovativo. Arti deformi e che si allungano oltre misura, orridi i piedi e le mani come artigli a tre dita, calve le teste ricoperte di parrucche, narici che si allargano per fiutare come i cani. Bella la mostruosa bocca dentata della Strega, che si apre progressivamente come quella dello Stregatto. Deludente la trasformazione dei personaggi in topi e degli stessi topini abbiamo visto versioni migliori. Anne Hathaway si impegna a fondo e mette il suo corpo e la faccia al servizio degli effetti, simulando un forte accento dell’Est (sarà politicamente corretto?). Invece la correttezza politica si è scagliata sulla messa in scena delle deformità, vai a capire in grado di isterismo collettivo di una parte della società. Il bimbetto non troppo simpatico è Jahzir Bruno, affiancato dal solito amichetto sovrappeso e da una ragazzina che però è già topino. La volitiva nonna affettuosa e un po’magica è Octavia Spencer (nel film del 90 era la chiarissima Mai Zetterling), il servile direttore d’albergo è Stanley Tucci (nell’originale era Rowan Atkinson). Il messaggetto finale, per cui conta l’essenza di un individuo e non l’apparenza è in linea con tanti film per ragazzi della Disney, oggi siamo tutti così avveduti, saggi, proprio in un momento storico in cui la follia dilaga. Peccato che l’essenza del personaggio finale sia quella di un coraggioso (e sfortunato) ragazzino, in cui nessuno vorrebbe immedesimarsi, che finisce a vivere da topo, che sempre per restare ai nostri disgraziati giorni, ci sembra metafora della situazione di tutta una generazione, ridotta all’impotenza anche se magari ricca di pulsioni e inventiva. Ma che dovrà accontentarsi di tramandare ai propri simili l’esperienza maturata, per evitare che succeda ancora. Bella consolazione. Se c’è un film che ha fatto passare la voglia di ammazzare a colpi di scopa o con le crudeli trappole i topini quello resta Ratouille, questi di The Witches non lasceranno traccia.

insignificante

6