MovieSushi

Le Mans ’66 – La grande sfida

Quei temerari sulle macchine volanti

di

C’è stato un tempo nello sport, in tutti gli sport, in cui non erano ancora arrivati i super-eroi, le macchine da record, le disumane perfezioni. Sembrava che a gareggiare fossero persone normali, che fossero atleti o calciatori, tennisti o piloti di macchine. Tanto più eccelsi però, proprio perché tutto sembrava ancora svolgersi in un ambito quasi artigianale, ancora umano. Di due personaggi come questi, tanto più eroici quanto più “normali”, racconta il film Le Mans ’66 (niente a che vedere con il film con Steve McQueen), titolo italiano che rende poco chiaro di cosa si parlerà, perché racconta una sfida che era ben chiara nel titolo originale, Ford V. Ferrari. Brevemente, la Ferrari negli anni ’60 infilava un gran premio dopo l’altro, in vari tipi di circuiti. La Ford, nella cui proprietà si era arrivati alla seconda generazione dopo quella del fondatore, navigava già in brutte acque e aveva urgente bisogno di un rilancio. Aveva cioè bisogno di svecchiare la propria immagine, non più auto per famiglia al completo cane compreso, lenta carretta per fare casa/lavoro, ma macchina dei sogni, guardando all’impossibile immagine della rossa concorrente italiana, simbolo di velocità, lusso, bella vita. Si trattava anche di due ambienti opposti, quasi artigianale quello italiano, strutturato con una rigida organizzazione aziendale quella americano. Ford II si lascia convincere dal suo manager Lee Iacocca a lanciarsi nel mondo delle corse, dopo che la sua proposta di acquistare la Ferrari era stata sdegnosamente rimandata al mittente dal collerico Enzo. Ma chi avrebbe potuto mettere in pista partendo da zero un’auto capace di vincere tale sfida? La scelta cade su Carrol Shelby, ex pilota riciclatosi come imprenditore a causa di problemi cardiaci. Come indispensabile collaboratore Shelby sceglie Ken Miles collaudatore, meccanico e pilota eccezionale, ma uomo dal carattere difficilissimo, caduto in disgrazia dopo moltissime vittorie su pista. Entrambi erano arrivati a un punto morto delle rispettive esistenze, nel pieno inverno del loro scontento. Il resto è storia, che James Mangold (reduce dallo struggente, elegiaco Logan) ci racconta in modo incalzante, appassionante e perfino toccante, grazie anche alla sceneggiatura scritta da Jez e John-Henry Butterworth (Edge of Tomorrow, Black Mass, Spectre, la serie Britannia), insieme a Jason Keller (Biancaneve, Escape Plan). Dopo la costruzione di un’auto in grado di gareggiare con i grandi marchi storici che rombavano da anni sulle piste di tutto il mondo, Shelby e Miles riescono ad assemblare un’auto in grado di affrontare la sfida di una gara mitica come la Le Mans, la Ford GT 40 MK, detta Cobra, e il film racconta lo svolgimento di questa sfida. L’impresa è costellata da una serie di incidenti, disavventure e frizioni con la Ford e i suoi dirigenti, il più ostile dei quali era Leo Beebe, qui dipinto come il villain della situazione, uomo attento al marketing, governato dalle politiche aziendali e a sua volta esecutore fedele, incapace di comprendere la diversità di un mondo che non conosceva, non amava, di gente ribelle rispetto ai suoi standard. Ci vuole il genio e ci vuole la sregolatezza, l’affidabilità del progetto e l’imprevedibilità dell’azione, il tecnico e il meccanico, il braccio e la mente più prosaicamente. Ci vuole comunque un sacco di coraggio, dentro e fuori da una macchina da corsa. Shelby e Miles questi dualismi si annullavano perché entrambi coprivano tutti gli estremi, entrambi piloti e tecnici, caratteriali e idealisti, con la capacità di essere contemporaneamente braccio e mente e a loro agio solo quando “la macchina circondava un corpo che attraversava da solo spazio e tempo”. Solo quanto ai rapporti con i dannati “colletti bianchi” (neve trust people in suits…) Shelby superava Miles, riuscendo a mediare assai faticosamente anche grazie a piccole astuzie. Splendida prestazione di Matt Damon (Shelby) e Christian Bale (Miles), che si incarnano nei loro personaggi rendendoli così credibili da far palpitare per loro anche se la storia è ben nota, avvincente la narrazione così che non si avvertono i 150 minuti di durata. Ottima anche la scelta di tutti gli altri attori, da Jon Berntahl che fa un simpatico Lee Iacocca (stimato manager scomparso di recente, che negli anni ’80 sarebbe assurto a fama mondiale con il salvataggio della Chrysler, diventando un personaggio pubblico), a Josh Lucas che è il detestabile Leo Beebe, mentre il sempre solido Tracy Letts si cala nei completi firmati di Ford II. Caitriona Balfe (Outlander) è la bella e solidale moglie di Miles, il cui figlioletto, amatissimo dal padre, è Noha Jupe (A Quiet Place, Wonder). Remo Girone fa Enzo Ferrari in modo accettabile (per ovvi motivi, viste alcune parti in italiano, consigliamo la visione in originale). Ottimi montaggio e fotografia, con riprese delle corse avvincenti, senza CG, che bene mostrano l’estrema fragilità e mancanza di sicurezza di quei tempi pionieristici. Le Mans ’66 è un film per gli appassionati del mondo delle corse, per tutti quelli che ancora si commuovono quando sentono i nomi dei piloti dei gloriosi (e funesti) anni ’60 (quanti dei piloti nominati o appena mostrati sono morti negli anni successivi), per quelli che hanno amato Rush, per chi ancora pensa che l’essere umano faccia la differenza, con tutta la sua fragilità, le sue imperfezioni, capaci però di far girare al millesimo i freddi meccanismi di un’auto da corsa. Tutto senza computer, grazie alla sua sensibilità, al suo “orecchio”, sempre pronto a superare quell’imprevedibilità che oggi sembra non essere più accettata perché fonte di sorprese, che un mondo oggi millimetricamente regolato non si può permettere.

Sorprendente

8