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Lasciarsi un giorno a Roma

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Come nascono, perché durano le coppie? Nascono dall’innamoramento (non parliamo di altri moventi meno nobili), ma poi, come si cambia e di conseguenza come cambia l’alchimia che ci aveva messi insieme? E come rimediare, se le cose sono cambiate troppo, quali decisioni prendere, si può rimediare? Una risposta cerca di darcela il film Lasciarsi un giorno a Roma, che però prende in considerazione due coppie-limite. La prima, Tommaso e Zoe (Edoardo Leo e Marta Nieto) è composta da due che si sono molto amati ma si sono allontanati. Lui è uno scrittore già sull’orlo della crisi dopo un solo romanzo, lei è manager di successo in un’azienda di videogame. Lui è fermo nel suo blocco esistenziale, lei vorrebbe muoversi verso un futuro diverso. Anche la seconda coppia, Umberto ed Elena (Stefano Fresi e Claudia Gerini) è composta da due che si sono molto amati ma si sono allontanati. Lei è entrata in politica spinta dagli ideali, ha fatto carriera, è diventata sindaco e ormai l’amministrazione materiale della città le ha fatto perdere di vista ideali e pure famiglia. Per supplire alla sua assenza il marito ha abbandonato la sua amata carriera di insegnante e soffre un ruolo che lo mette sotto i riflettori. Il rapporto epistolare che si instaura fra Tommaso e Zoe, che si confida a una Posta del cuore ignorando che a risponderle è proprio il compagno, farà da detonatore. Dirige lo stesso interprete Edoardo Leo, che partecipa anche alla sceneggiatura, ritagliandosi un personaggio che evidentemente gradisce, sentimentale e fondamentalmente per bene, che però rientra nella solita categoria del tenerone mai cresciuto, fragile e malinconico, che non si capisce come possa essere attrattivo per una donna lanciata verso mete meno stanziali. Anche la coppia “di potere”, donna sindaco e marito di rappresentanza, cade nello stesso stereotipo. Perché sono due donne “in carriera” a mettere in crisi i due uomini, le donne lanciate verso un cambiamento, gli uomini fermi al passato. La narrazione è divisa in capitoli, intitolati a sostantivi che definiscono quanto sarà raccontato, che hanno nella lingua italiana significati contraddittori. Sono troppi i 112 minuti della verbosa narrazione, che si ripete in continuazione lungo una serie di incontri, scontri, riappacificazioni, dubbi, risalite e ricadute, fra flash back di un passato che non ha mantenuto le sue promesse, e non solo perché il Destino è cattivo, ma perché i protagonisti ci hanno messo del proprio. La sceneggiatura ripercorre sentieri già abbondantemente battuti per entrambe le coppie, il creativo che veleggia a tot metri sopra il terreno banalmente battuto dagli altri comuni mortali, svagato e non incline a compromessi, disordinato in casa, disattento al look. Lei invece è una rampante perché intelligente donna manager di un’azienda lanciata verso il futuro, che ormai soffre come difetti tutte quelle caratteristiche che un tempo erano state i pregi che l’avevano attratta. La coppia parallela mette in scena l’abbinata donna di potere in carriera-maschio che ha rinunciato per amore, con una sospetta propaganda filo-Raggi, ma visto che il film alla fine è uscito solo in gennaio del 2022, poco effetto può aver avuto. Lasciarsi un giorno a Roma sancisce una volta di più la difficoltà di rapportarsi, di capirsi, di resistere insieme se non se ne trova una ragione valida, che andrebbe ridiscussa in corso d’opera. In questo senso il finale aperto è la cosa migliore del film. Peccato che, nel tentativo di rinnovare un argomento abusato, si ricada in altrettanti abusati cliché.

Verboso, convenzionale

6