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La vita in un attimo

Moltiplicatevi, qualcosa resterà

di

Dan Fogelman, autore di La vita in un attimo, è responsabile della serie tv di grandissimo successo This Is Us, piacevole, ma spinta sul sentimentale/lacrimevole oltre ogni limite accettabile, con un piacere perverso per gli andirivieni temporali (uomo però non privo di humor come dimostra una sua altra nota serie, Galavant). Questa premessa è necessaria, per capire di che genere di film stiamo parlando. Per raccontare la sua storia, Fogelman la fa complicata quanto a schema narrativo, scompaginando ad arte una storia che raccontata linearmente sarebbe stata ben più banale, e ci butta davanti i protagonisti in disordine sparso, seminando qualche falso indizio, tanto per lasciare in dubbio sullo sviluppo successivo. Lo fa perché il fulcro del “messaggio” è che ogni narratore è inaffidabile e il narratore più inaffidabile di tutti è la vita (noi diremmo il Fato), che fa, disfa, instrada e devia, mette in ginocchio e rialza. E in fondo dopo tanti avanti e indietro, dopo altre stilosità varie, questo si dice. Che quello che conta è l’amore. Perché i fili dei destini si formano da lontanissimo, dai padri dei padri dei padri (o delle mamme ovviamente), poi succederà di tutto, bello o brutto, ma alla fine (se si ha figliato però, guai ai single) quello che noi siamo stati si protenderà verso il futuro. Non che non lo si sapesse. Ma Fogelman ci mette un po’ troppo per raccontarcelo, facendo di Life Itself, titolo originale per l’italiano La vita in un attimo (che non c’entra davvero nulla, uguale fra l’altro alla biografia di Rober Ebert) un dignitoso ma non appassionante melodrammone, dove ai personaggi capitano un sacco di sciagure, immeritate perché sono buonissimi e innamoratissimi, e qualche ciglio si potrebbe inumidire, ma alla fine della lunga e tortuosa strada che è la vita, a qualcuno qualcosa andrà per il verso giusto. Chissà per quanto però, diciamo noi, visto che la storia è un po’ menagramo. Regge meglio la prima parte, con Oscar Isaacs che meriterebbe un film migliore, Olivia Wilde, Annette Bening, con prolungamenti a Mandy Patinkin nonno e figlia Olivia Cooke, che la seconda, ambientata in Spagna, con Antonio Banderas, molto sobrio e in parte, e due visi meno noti Sergio Peris-Mencheta e Laia Costa, con prolungamento nel loro figlio Àlex Monner. A fare da filo conduttore, da narratore affidabile ma chissà anche lui, è Bob Dylan, con il suo album del ’97, Time Out of Mind, quello della rinascita (sempre per fare un po’ gli originali), con una canzone d’amore nota come Make You Feel My Love, a sorpresa in mezzo ad altre più disperate. Come in tanti altri film, dietro le vicende scorre una New York che si fa protagonista. Sappiamo bene che noi saremo sempre esattamente dove dovremo essere, per prenderci in testa un vaso di fiori o per sbattere contro l’amore della nostra vita. È indubbio che Fogelman sappia raccontare, sappia impaginare bene le sue storie. Ma quel che resta alla fine pur non infastidendo più di tanto (al massimo se ne può fare ironia) non è poi molto.

Banale

6