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La sposa fantasma: Non si ride neanche morti

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Kate muore il giorno stesso del suo matrimonio. Il suo futuro sposo, Henry, distrutto, su consiglio della sorella Chloe va a consultare Ashley, veggente e responsabile di catering a tempo perso con l'amico/socio gay Dan. Tutto prende una piega inattesa quando Henry e Ashley iniziano a frequentarsi, perché il fantasma della combattiva Kate non darà loro un attimo di pace…

Jeff Lowell, prolifico sceneggiatore di cinema e televisione, debutta dietro la macchina da presa con La sposa fantasma, di cui firma anche la sceneggiatura. Se il titolo italiano ha il difetto di ricordare troppo da vicino il (capo)lavoro animato di Tim Burton (La sposa cadavere), la trama si accosta al filone dei plurimi tentati remake-brutte copie di Ghost, inserendosi nell’ambito di commedie romantiche surreali, là dove uno dei protagonisti è proprio un fantasma.

Più che inquietante spettro, Eva Longoria Parker interpreta un capriccioso trickster in tacchi a spillo, irrequieto e dispettoso, logorroico e vendicativo, pronto a rivaleggiare con la sensitiva Lindsay Sloane per contendersi il tiepido e inoffensivo Paul Rudd. A completare un cast di personaggi tanto prevedibili, il finto gay dal volto noto di Jason Biggs, idolo delle teenager grazie ad American Pie, scelto anche da Woody Allen per Anything Else.

Niente di nuovo rispetto alle love story più stereotipate: due amiche-nemiche in lotta per lo stesso uomo, costretto a improvvisare una decisione che puntualmente prendono al suo posto le agguerrite donzelle di turno. Unica particolarità, in questo gioco delle parti di scontata fattura, è che il campo di battaglia si situa nell’Aldilà, con contatti intermittenti e non sempre pacifici nel mondo terreno. Grinta del cast e toni parodistici consegnano una dignità solo di facciata alla riuscita comica della pellicola, che nasconde sotto al glamour della sua protagonista Casalinga Disperata uno sviluppo narrativo e formale poco originali, pur con degli sprazzi di disimpegnata simpatia sparsi qua e là.

Morale facilona su comprensione e perdono ultraterreni, messaggio positivo dell’amore che trionfa su tutto (morte compresa), gocce di speranza e buonumore distribuite ad arte nei 96 minuti di pellicola e titoli di coda a chiudere il pacchetto, confezionato per appagare un certo tipo di spettatore. Perché se l’espediente rocambolesco della morte accidentale per colpa di un “angelo” di vetro può sembrare divertente, come pure le scene di esorcismo sulle note dei Carmina Burana, la scelta di canzoni gettonatissime come "Mas que Nada" non fanno che destinare l’opera ad un pubblico tutt’altro che cinefilo, ormai disabituato a un cinema degno di questo nome e pronto a saziarsi di grandi nomi di celebrities americane pescate nel fastfood dello star-system, invece di ingozzarsi di sobrie (e sane) opere di qualità.

(da www.cinema.it)

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