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La settima Musa

Le parole possono uccidere

di

Tre anni dopo Rec 4 (e molto più tempo è passato dai successi del primo film di questa serie e poi da Darkness e Fragile), e sei dopo il disturbante Ben Time, Jaume Balagueró ambienta in Irlanda una storia horror tratta da un romanzo del cubano José Carlos Somoza, La dama numero tredici. Dublino, il professore di letteratura Samuel, anche scrittore, bell’uomo troppo adorato dalle sue studentesse, si ritira dal mestiere e dalla vita dopo una devastante tragedia personale. Perseguitato da un misterioso incubo ricorrente, incappa in un caso di cronaca nerissima che sembra ricalcarlo. Mentre indaga entra in contatto con una giovane donna, anche lei afflitta dalle stesse visioni, e poco alla volta si inoltra in un territorio per lui inesplorato, che lo porterà in mondi che avrebbe fatto meglio a non sfiorare nemmeno. La settima Musa è una storia di rimorsi e ferite dell’animo che da un lato possono dare corpo alla creatività, ma dall’altro lasciano insinuare le forze del Male. Che qui sono le Muse (non quelle della tradizione greca però, più streghe di Macbeth), che sarebbero responsabili dell’ispirazione dell’artista, capaci però se contrariate di distruggerlo. Samuel entra in contatto con il Cerchio bianco, circolo segreto di studiosi dell’esoterico, che da secoli si interrogano sulla fonte dell’ispirazione poetica, disposti a pagare un prezzo altissimo per non perderla. Una scia di sangue porterà alla lotta finale in cui come da manuale il Male ricorre a tutti i suoi trucchetti, per farsi poi sconfiggere con una certa ingenuità. Un cast di attori internazionali anche se non di primissimo piano, Elliot Cowan, Franka Potente e altre facce note (Christopher Lloyd compare brevemente), un’adeguata colonna sonora e un’ambientazione tetra promettono bene all’inizio della narrazione, che però poi incappa in sempre più fastidiose situazioni del tutto improbabili, anche se siamo in un film di spettri, costringendo la sceneggiatura a un eccesso di “spieghe”, e i comportamenti dei personaggi, senza i quali a rigor di logica la storia non potrebbe andare avanti, sono spesso fastidiosamente illogici. Qua e là solo qualche momento di suspense discretamente costruito, anche se spesso si genera disgusto più che paura. Inevitabile avvertire qualche eco del nostro Dario Argento, quello del periodo d’oro. La settima Musa si rivela un banale film di malefiche presenze sovrannaturali, che non riesce a coinvolgere né inquietare, che lascia in secondo piano quello che poteva essere il tema più intrigante, quale sia la “divina” fonte di ispirazione per gli artisti, quante lacrime e sangue possa costare, e soprattutto quanto vasto sia il potere della parola, che può salvare, può uccidere. Facile battuta dire che questa volta le Muse non hanno sorretto a sufficienza il regista spagnolo, che ha però sempre dato il suo meglio con storie da lui scritte. Forse sarà questo il motivo.

mediocre

6