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La mia banda suona il pop

Vecchie glorie allo sbaraglio

di

Negli anni ’80 un gruppo pop aveva scalato le vette delle classifiche, i Popcorn, con il loro chiassoso look e le canzoncine senza spessore. Poi hanno litigato, si sono separati e sono andati incontro a vite fallimentari. Un giorno si presenta da ciascuno di loro l’ex agente, decaduto pure lui, che ha ricevuto da un magnate russo la classica offerta che non si può rifiutare: l’invito per cantare tutti insieme al suo compleanno, in cambio di un compenso favoloso. Ai poveracci non resta che mettere da parte i vecchi rancori e partire. Ma le polemiche fra loro continuano, finché non si accorgeranno di essere finiti dentro un piano per rapinare il magnate megalomane. Il loro concerto infatti dovrebbe servire da copertura per un colossale furto. Questo fa scattare un’inattesa solidarietà fra gli sciagurati, che decidono finalmente di prendere in mano il loro destino e di mettere loro a segno il colpaccio. Ma se come cantanti fanno pena, figurarsi come rapinatori. Il nuovo film diretto da Fausto Brizzi stupisce per la sua pochezza. Stupisce perché Brizzi di solito sceglie meglio i soggetti, che spesso scrive lui stesso. Anche qui infatti figura come autore, a fianco del solito Marco Martani, con l’aggiunta di Edoardo Falcone e Alessandro Bardani. Tanta gente per costruire personaggi che sono grottesche marionette, così come scontate sono le meccaniche interne al gruppetto, stancamente prevedibile ogni sviluppo della vicenda, pochissime sono le battute che strappano un sorriso. C’è pure un’incongrua sequenza “action”, con inutili evoluzioni di moto d’acqua. Male si lega il filone dei quattro sciagurati e del loro agente decaduto con la variante del “colpo”, in una recitazione sempre esagitata e una catena di eventi assurdi ma mai divertenti. La canzone finto/vecchia Semplicemente complicata, quella che ha dato fama al gruppo, è la cosa migliore del film, col suo tormentone turù-turù, scritta da Bruno Zambrini, degna di un San Remo d’antan. Di storie di improbabili reunion ne abbiamo avute molte altre, ricordiamo ad esempio Still Crazy, ma siamo su pianeti diversi. Qui si mira solo alla risata da parolaccia (le battute grevi non si contano), allo humor alla romanesca di De Sica (che ormai recita in automatico, sempre uguale film dopo film), mentre spenti sono Massimo Ghini (ma che ci fa qui) e Paolo Rossi, che pensiamo davvero abbia partecipato pensando all’assegno (e lo diciamo con affetto). Angela Finocchiaro se la cava meglio, nella parte della svanita alcolizzata, e meglio di tutti Diego Abatantuono, che come spesso accade salva personaggi banali portandoci dentro se stesso (ma in Tutto il mio folle amore di Salvatores ha confermato di poter essere sempre un bravo attore “vero”). Compare pure Natasha Stefanenko, che fa la russa alta e cattiva. Questo però non è cinema nazionalpopolare e solo cinema da avanspettacolo.

sconfortante

5