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La favorita

Sensualità (e disperazione) a corte

di

Anna è Regina di Inghilterra, ultima degli Stuart. Siamo intorno ai primi anni del 1700. Anna (Olivia Colman) è una donna sfatta, malata, semi paralitica a causa delle ulcere provocate della gotta. Depressa dalla sua ormai scarsa avvenenza, affamata di amore, forse semplicemente di affetto vero, vive da reclusa nei suoi immensi appartamenti dove tiene nei suoi appartamenti diciassette coniglia da coccolare a ricordare i suoi diciassette figli tutti nati morti o defunti subito dopo. E’ incattivita, sola e amareggiata ma sempre dispotica, ben conscia del suo sterminato potere, che esercita capricciosamente. Manon direttamente perché a fare da tramite con il mondo di corte, a fare fondamentalmente le sue veci, c’è la sua “favorita”, l’amica di sempre Lady Sarah Marlborough (Rachel Weisz), nobildonna intelligente e ambiziosa, moglie del primo Generale, che del conseguimento e del mantenimento del potere ha fatto ragione di vita. Feroce eminenza grigia, fa andare le cose politiche nel verso da lei voluto, manipolando a piacimento la sua regina, sostenendo il proseguimento della guerra contro la Francia, che alcuni vorrebbero interrompere e invece prosegue a costi spropositati. Una guerra che avrebbe avuto ripercussioni importanti su Europa e America e le cui sorti qui si mostrano decise con una superficialità agghiacciante. Fra gli oppositori c’è Lord Harley (un insolito Nicholas Hout), fatuo cortigiano assetato di potere pure lui, suo avversario politico (già allora il Parlamento era diviso fra Tory e Whig). In questa situazione approda la povera Abigail (Emma Stone), giovane Lady decaduta per debiti del padre, lontana cugina di Lady Marlborough, ridotta a fare la sguattera. Ma anche lei vuole risalire la scala sociale e con tutti i pochi mezzi di cui dispone, riesce a mettersi in buona luce agli occhi della collerica regina. Inizia così una guerra all’ultimo sangue fra le due donne per mantenere/conquistare i favori della regina. Che intanto, senza nessun interesse, senza conoscenza, senza preparazione, impone tasse, dichiarare guerre, fa e disfa governi. Non che i suoi ministri, della sua parte o oppositori, siano meglio, ridicoli tromboni imparruccati e imbellettati, una ricca “corte dei miracoli” di orridi individui, tutti però con il potere di imporre al popolo lontano il loro volere. Ci sono registi che sono semplicemente degli ottimi artigiani, nel senso che girano film di ogni genere, senza predilezione per tematiche particolari, scritti da sceneggiatori ogni volta diversi. Yorgos Lanthimos, regista greco al quale dobbiamo film come l’angosciante Dogtooth, e poi The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro, ha invece sempre girato film da lui anche scritti, tutti in linea con la sua visione nichilista del mondo, dell’umanità: ogni rapporto sottintende un dominio e una sottomissione, dalla famiglia allo Stato, si è o carnefici o vittime. Con la regia de La favorita fa un’eccezione, perché il film è scritto dalla sorprendente esordiente Deborah Davis e da Tony McNamara (vasta esperienza nel campo delle serie tv). La ricostruzione storica mai è noiosamente polverosa, l’angolazione è personalissima, tutto è riveduto e corretto nell’ottica di questo regista molto particolare, a partire dalle inquadrature della bellissima fotografia di Robbie Ryan (“uomo di fiducia” di Andrea Arnold in tutti i suoi film), che con grandangoli e illuminazione degni di Kubrick, a ottenere effetti stranianti. Rimarchevoli anche trucco e acconciature, i costumi (di Sandy Powell, una garanzia) sono sì d’epoca ma con dettagli bizzarri (memorabile anche la danza di Lady con un cortigiano al Ballo di Corte e un anomalo “corteggiamento” nei boschi). Nel bellissimo terribile finale c’è tutta la visione del Potere di Lanthimos, tutta la disillusione dopo la speranza. Invano essere “favoriti” di un potente ci sottrarrà alla nostra categoria di appartenenza. Il vero inamovibile Potere si erge come una montagna (immeritatamente) e ai poveri mortali non resta che affannarsi intorno, per migliorare, per mettersi al sicuro, specie se donne. Ma orrendi saranno i compromessi che si dovranno affrontare. E nel vomito, nel sangue, nel fango, nella sporcizia nascosta sotto tonnellate di ricchi tessuti, il sesso è sempre la chiave per avanzare rapidamente, che il Potere sia in mano femminile invece che maschile non cambia nulla. Splendido cast, tre attrici di età ed esperienza diverse che riescono a essere brave come non mai nei loro duelli metaforici, e non solo. Si ride anche ma sempre amaramente. Alle donne per mantenere il potere tocca comportarsi peggio degli uomini. Ma è davvero solo per questo o semplicemente le donne sono esseri umani anche loro e come tali soggette agli stessi vizi, agli stessi difetti? Il Potere logora chi non ce l’ha, è chiaro, che sia uomo o donna, ma alla lunga deforma, soffoca anche chi ne è insignito. Ci si può illudere di passare da essere marionetta a burattinaio, ma i fili li terrà sempre saldamente chi il Potere lo detiene per davvero.

Tragico, divertente

8