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La conseguenza – The Aftermath

Tutto ha un prezzo

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Ogni azione provoca una reazione, ogni scelta determina una conseguenza. Di questo parla il film La conseguenza, fedele traduzione dell’originale The Aftermath. Siamo nel 1945 ad Amburgo, 5 mesi dopo la fine della guerra. Gli alleati hanno occupato la città, arrivano i loro ufficiali e vanno ad abitare nelle dimore più belle, scampate ai bombardamenti a tappeto che nel luglio del ’43 hanno devastato la città (operazione nota con il nome Gomorrah). Lewis Morgan, Governatore inglese della città (un credibile Jason Clarke) richiama da Londra la bella moglie Rachel e insieme si insediano nella splendida villa confiscata a Stefan Lubert, giovane architetto ben introdotto nell’ambiente alto-borghese e filo nazista della città, anche se non direttamente complice del regime. In attesa che la sua posizione si chiarisca e possa essere libero di andarsene, a Lubert, vedovo con figlia adolescente, viene concesso di restare ad abitare nella soffitta della casa. Rachel è palesemente ostile, Lewis è un uomo cui la guerra ha insegnato molto, Lubert ha chiara coscienza dei problemi, entrambe le coppie hanno subito un grave lutto durante la guerra. Mentre la cittadinanza patisce la fame e gruppi ancora attivi di filo-nazisti compiono atti terroristici, tutti gli equilibri si sconvolgeranno grazie a quella forza della vita che è l’amore. Nobile melò di chiara matrice letteraria (è tratto dal romanzo di Rhidian Brook, con una ricostruzione accurata e patinata dell’ambiente), il film, diligentemente diretto dal poco noto James Kent, nobilita la sofferta storia di un triangolo amoroso con il tema sempre valido, quello del rapporto occupati/occupanti, dei vincitori e dei vinti, della vendetta e del perdono, ricordando, ma solo indirettamente, il bel libro di Vercors Il silenzio del mare. Il film soffre di qualche difetto, innanzi tutto una coppia di protagonisti troppo giovani e belli per essere credibili (meglio comunque Alexander Skarsgård, che si impegna per conferire intensità al suo personaggio, della solita poco coinvolgente Keira Knightley, che mai ci sembra plausibile come eroina romantica e passionale). Inoltre la scrittura a tesi dei personaggi rende del tutto prevedibili le loro azioni/reazioni, lasciando in dubbio lo spettatore solo sul finale, che comunque avrebbe mirato ad ottenere un possibile spargimento di lacrima da parte di qualche cuore tenero. Perché la guerra, signora mia, è una gran brutta cosa e fa star male tutti, buoni e cattivi, anche quando sembra finita. Perché tanto finita non è mai, dai tempi delle caverne e delle clave, e sembra proprio che non vogliamo lasciarci insegnare niente dalla storia. Continuiamo insomma a farci del male, ma questa è un’altra storia.

Dignitoso, old style

6