MovieSushi

La casa di Jack

Ognuno ha la casa che si merita

di

Jack è un serial killer, più di 60 vittime, variamente ammazzate, alcune dopo sadiche pratiche, altre per loro fortuna più sbrigativamente. Ha una cella frigorifero dove stiva i cadaveri, che ogni tanto mette in posa per macabre istantanee. Jack è un ingegnere che avrebbe voluto essere architetto (il primo esegue quanto l’altro crea), e ci tiene a dirlo, così come ci tiene a dire ogni cosa su se stesso, perché è un narcisista borioso, oltre che un ossessivo compulsivo, problema che lo ha spesso messo a rischio durante le sue uccisioni. La stampa nel corso dei decenni (la narrazione parte degli anni ’70) lo ha ribattezzato (chissà perché) Mister Raffinatezza (Sophisticated), solleticando la sua smisurata vanità. Uccide in vari modi, alcune volte programma, altre è spinto dall’attimo. Colpisce la stupidità del mondo che lo circonda, un vero branco di agnelli che merita il macello da parte di una mente superiore (tale palesemente si considera Jack). Le sue vittime preferite, le donne, sono sciocche e imprudenti, i poliziotti ottusi, la vendita delle armi comodissima, intorno un’umanità indifferente non risponde mai alle urla disperate di aiuto delle vittime, non ricorda, non denuncia. La narrazione, che copre un arco di 12 anni, è suddivisa in cinque “incidenti” e un epilogo (chiamato Katabasis, che qui si ha studiato). Mentre si srotolano i brutali omicidi, ascoltiamo una conversazione fuori campo fra Jack e un misterioso signore, Verge, pacato, ragionevole, spesso irritato dallo sproloquio del killer, i suoi vaneggiamenti auto-assolutori, i suoi interrogativi pretestuosi (come fa un mero esecutore ad assurgere al rango di artista?). E vediamo altre immagini, inframmezzate alla narrazione, vediamo Glenn Gould che suona le sue variazioni e citazioni di William Blake, immagini di cattedrali gotiche, di dipinti famosi, di grandi despoti, di campi di sterminio, tornando provocatoriamente sull’argomento nazismo, dopo le note polemiche a Cannes nel 2011. Perché Jack vuole paragonare la costruzione di un grande crimine a quella che porta a un’opera d’arte, entrambi progetti partoriti da menti superiori. Già a questo punto è lecito farsi balenare i primi dubbi sulle intenzioni di Lars von Trier, che per chiarire bene le idee allo spettatore butta dentro a velocità subliminale anche fotogrammi di suoi film precedenti, interrogandosi anche sul perché tutte le colpe vengano sempre ascritte agli uomini, mai alle donne (forse perché è sempre lui a essere il distruttore?). Finale fra mura che grondano sangue, una ricostruzione in live action della Barca di Dante di Delacroix e i Campi Elisi di bucolico, toscano splendore, preclusi però al malvagio. E alfine l’abisso più classico. Grandissima prova di Matt Dillon. Il film sarà anche ricordato per essere una delle ultime apparizioni di Bruno Ganz (risultano ancora tre film da distribuire), una sorta di Virgilio che scorta Jack avvolto in un dantesco accappatoio rosso con cappuccio (tanto per chi fosse davvero duro di comprendonio). Ma cosa c’entra tutto questo con la casa che Jack doveva costruire? O con il film che von Trier ha voluto fare, in un paragone che è lecito ipotizzare? E quanto arriva allo spettatore, anche quello più preparato, nel senso che sapeva di non doversi aspettare un convenzionale film su uno dei tanti efferati serial killer, che tanto piacciono al cinema? Non arriva molto, arrivano le crudeltà psicologiche, arriva il fastidio per l’inettitudine del sistema, arriva l’irritazione per la stupidità di alcune vittime, arrivano insomma tutte le cose “concrete” lungo le quali si veicola un discorso diverso, quello che sta al cuore del regista e che lascia grandemente perplessi se non infastiditi, nell’accumulo di facili metafore sulla sua arte, sulla sua creatività (nella versione in originale si nota l’insistenza sul verbo “shoot” che significa sia sparare che riprendere con la videocamera). Lo spettatore, passivo, non può che contemplare (ammirare?) e fare supposizioni. É von Trier un frainteso Jack? Davvero ci teniamo tanto a saperlo, a scendere nei recessi della sua Poetica? Non sarà l’estremo narcisismo a collegare maggiormente i due personaggi? È palese che la risposta dipenderà da quanto questo regista sia riuscito a farsi amare e si sa che all’oggetto del proprio amore si perdona molto. Per noi aleggia sempre il dubbio del voler “épater le bourgeois”, dubbio lecito riguardo un personaggio che ha sempre cercato a tutti i costi di agitare, scandalizzare, di cercare la provocazione, il caso mediatico. L’indifferenza sarebbe il castigo più crudele, pari alle menomazioni che Jack infligge alle sue vittime. Non a caso, la canzone che risuona lungo il film, è Fame di David Bowie, testo e personaggio scelti non a caso (Fame, it’s not your brain, it’s just the flame that burns your change to keep you insane), mentre sui titoli di coda echeggia sarcastica Hit the road Jack (Hit the road Jack and don't you come back no more, no more, no more, no more).

Sì Lars, abbiamo capito bene

6