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La Banda Baader Meinhof: Storia della RAF e della rabbia di una generazione

di

Se lanci un sasso è un reato, se lanci migliaia di sassi è un’azione politica”.

Partendo da questo presupposto, un gruppo di attivisti del movimento studentesco che dilagava sul finire degli anni Sessanta in Germania formò la RAF, la purtroppo ben nota cellula terroristica denominata dalla stampa anche “Banda Baader-Meinhof”, dal nome dei suoi fondatori. Eli Udel, apprezzato regista di Noi, I ragazzi dello Zoo di Berlino, ripercorre quegli anni scegliendo di evitare uno sguardo storico-politico e realizzando invece un ritratto generazionale e quasi intimista del fenomeno, utile soprattutto a inquadrarne logiche e dinamiche intorno alle quali si costruì persino una vera e propria mitologia in grado di influenzare le successive generazioni. La pellicola è magistralmente diretta attraverso una regia solida di matrice hollywoodiana, con un ritmo sostenuto e incalzante che rallenta solo nella seconda parte più lenta e riflessiva. Le due ore e mezza non pesano, ma trascinano lo spettatore nel cuore della vicenda, grazie ad una macchina da presa concentrata sui protagonisti e che solo raramente varca la “la linea di separazione dal nemico” da essi tracciata, per offrire un quadro esterno della società civile, che lentamente finirà per rivelarsi ancor più inquietante del terrorismo stesso.

Ne emerge una lucida analisi delle contraddizioni e dei conflitti interni di un paese ancora non libero dal peso delle responsabilità di Hitler, frustrato e talmente animato dalla voglia di dimostrarsi attivo e partecipe ai problemi del mondo, da finire per degenerare in quegli estremismi che poi condussero il paese nel caos. Udel non dà giudizi, ma delinea una situazione spaventosa di rabbia e violenza di cui direttamente responsabile è anche la stessa politica, rea di aver instaurato un regime reazionario e repressivo, nascosto dietro la facciata di una finta e subdola democrazia. Il film non cade nella trappola del revisionismo e nemmeno ha la presunzione di raccontare una verità storica ancora in parte da stabilire. Ne dà invece una rilettura più ampia e universale, dalla quale emerge un’immagine cinica e spietata, efficace soprattutto perché anche appassionata e particolarmente sentita.

Racconto-fiume appassionato, ben diretto e molto attento al pericolo di revisionismo

8