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L’uomo nel buio - Man in the Dark

Respira piano, finché puoi

di

Sono passati otto anni da quando abbiamo lasciato Norman, un veterano dell’Iraq, rimasto cieco dopo un’esplosione in territorio di guerra, al quale per di più un’ubriaca in auto aveva in seguito ammazzato la figlia. Si poteva immaginare che A) l’uomo fosse una macchina da guerra B) che fosse arrabbiato nero con il mondo. E nel film precedente ne aveva dato chiara dimostrazione, annientando un gruppetto di incauti violatori del suo domicilio. Qui, a sorpresa, lo ritroviamo alle prese con una ragazzina, che risulta essere sua figlia, una piccina su 10/12 anni, alla quale sta impartendo un’educazione prevedibilmente siberiana. Perché Norman sa che fuori il mondo è un bruttissimo affare e cerca di insegnare tutti i trucchi del mestiere alla ragazzina. Che gli ubbidisce ma sta cominciando a mordere il freno, vorrebbe andare a una scuola pubblica, avere amici. Addirittura sogna di finire in una casa famiglia. Ma, come le ha detto tante volte l’uomo, fuori è peggio della giungla e infatti un gruppetto di balordi la prende di mira e se la porta via. Se nel primo film tutta la reazione di Norman si svolgeva in un territorio sicuro, la sua abitazione, questa volta sarà costretto ad uscire all’esterno, per affrontare avversari più pericolosi dei mostri che si agitano dentro di lui. Ma non si creda che la storia si riduca a una copia del film precedente, perché certo la caccia di Norman nei confronti dei “cattivi” costituisce una buona parte della narrazione. Subentrano però un paio di idee della sceneggiatura che aggiungono gustosa carne al fuoco, rendendo il tutto molto più divertente (specifichiamo sempre che usare questo aggettivo nel genere horror vuol dire incrementare quei temi che ne fanno intrinseca parte). Quindi anime pie astenersi. L’uomo nel buio 2, mentre fa ricorso a molti dei passaggi obbligati di questo genere di storie (e alcuni di essi richiedono sempre la sospensione dell’incredulità), mette in scena con grandguignolesco gusto per l’eccesso una storia di orchi e orchesse, che neanche la fiaba più sadica dei Grimm, sfruttando bene due validi colpi di scena. Così come è valida la descrizione di un mondo deviato nel quale colui che si sente un mostro, l’ex Neavy Seal che si è macchiato di crimini ai suoi stessi occhi intollerabili, è un santo martire, che immola il suo corpo in segno di espiazione, come la cecità non fosse sufficiente come castigo divino. Il tutto ambientato in quell’America rurale, dove nessuno ti sentirà urlare (di poliziotti o vigili del fuoco mai neanche l’ombra), nella devastazione di un panorama degradato e fatiscente, case malmesse, spazzatura ovunque, fabbriche abbandonate, miseria e abbrutimento. Il titolo originale è Don’t Breathe 2, perché anche un sospiro può essere mortale in questo crudele gioco al gatto e al topo, una vibrazione, un soffio d’aria, uno scricchiolio, un tintinnio tradiscono e uccidono. Dopo aver scritto il remake de La casa e sempre con il supporto del nume tutelare Sam Raimi, dirige Rodo Sayagues, che questa volta si scambia il ruolo con Fede Alvarez, regista del film precedente, che qui si occupa della sceneggiatura. Anche questo secondo episodio è un riuscito esempio nel suo genere, che fa perfettamente il suo lavoro. Stephen Lang torna nel ruolo del protagonista, lo ricordiamo come il militare cattivo di Avatar, attore dalla lunga, onorevole carriera, inquietante cieco dall’animo più devastato del suo volto. La ragazzina è Madelyn Grace, non molto espressiva. Il “cattivo” è Brandon Sexton III. Che, come già dicevamo per il precedente episodio, se avesse guardato un piccolo film degli anni ’80, Furia cieca, con Rutger Hauer, in cui bene si mostravano le doti da Obi-Wan Kenobi che certi soggetti possono acquisire, avrebbe agito con minore faciloneria.

Efficace, professionale

7