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L’uomo del labirinto

I conigli mannari esistono?

di

Donato Carrisi, criminologo oltre che giornalista e scrittore, dal 2009 scrive libri di gran successo, dei thriller con venature horror. Dopo aver collaborato ad alcune serie tv come Squadra antimafia e Casa famiglia e ad alcuni film tv, ha deciso di scrivere e dirigere un suo film, tratto da un romanzo di successo, La ragazza nella nebbia del 2017, grandi incassi e un David di Donatello. Spinto dunque da questo successo e pertanto non indotto a rivedere alcunché del suo stile, Carrisi torna al lavoro, sceneggiando e dirigendo un altro suo famoso romanzo del 2017, L’uomo del labirinto, considerato, per le atmosfere complessive, quasi un sequel della serie de Il suggeritore. Si tratta di un cupissimo thriller incentrato su un argomento massimamente angosciante, i rapimenti di lunga durata, che aveva già stimolato la fantasia di autori di serie tv (The Family) e film (Room). Sono rapimenti in cui il sequestratore tiene prigioniera la sua vittima per anni e anni, sottoponendola a sevizie psicologiche e fisiche indicibili, tanto da far dubitare che la vittima, se liberata, possa mai più vivere una vita normale. Qui racconta la triste storia di Samantha Andretti (Bellè), scomparsa e mai più trovata quando era ragazzina. Quindici anni più tardi la ritroviamo in un letto d’ospedale, traumatizzata ma smemorata, ferita durante una misteriosa fuga, paternamente incalzata a ricordare dal Dottor Green (Hoffman), un anziano e pacato profiler, che cerca di risalire al responsabile attraverso i ricordi della ragazza. Solo una cosa la ragazza non ha dimenticato: il suo aguzzino aveva la testa di un coniglio bianco, con gli occhi a forma di rossi cuori luminosi. Intanto anche all’esterno un uomo sta indagando su Samantha, Bruno Genko (Servillo), un investigatore privato di mezza tacca, che già era stato assunto dai genitori disperati quindici anni prima, ma senza nessun risultato. Incalzato dai sensi di colpa, l’uomo, che è pure malato terminale, vuole arrivare a capo della misteriosa vicenda, come suo estremo atto di ravvedimento. Nell’indagine si scontra spesso con due inetti e collerici poliziotti, mentre ottiene qualche aiuto da un solitario addetto ai danteschi archivi delle persone scomparse (Marchioni). Metaforicamente, tanto nel passato della ragazza quanto nel presente dei personaggi, ci si aggira in un labirinto oscuro, che a ogni angolo nasconde insidie crudeli. Come Stephen King in molti suoi romanzi sembra volerci raccontare una storia horror, mentre sviluppa invece un suo discorso sull’adolescenza, sui rapporti fra i giovani e il mondo adulto, sulla difficile arte di crescere insomma, così a Carrisi più che il “giallo”, più che la soluzione degli enigmi, sta a cuore la rappresentazione delle distorsioni dell’animo umano, del Male in generale che abita certuni, contro i quali spesso invano e sempre a prezzo di enormi sacrifici, si oppongono i Buoni, che talvolta proprio limpidamente tali non sembrano (e sullo sfondo lampeggiano sempre apocalissi prossime venture). Ora, mentre sulla pagina scritta le cose funzionano discretamente, trasposti in immagini i personaggi non riescono a guadagnare credibilità, la trama si satura di particolari assurdi (anche accettando che non siamo dalle parti di un thriller poliziesco tradizionale) E l’accumulo di efferatezze mese in scena o solo suggerite non riesce ad inquietare. La narrazione carica i toni, carica i personaggi, tutti “mostri” alcuni anche fisicamente (e sul trucco avremmo da ridire), in un costante, sembra voluto, non-realismo (ci auguriamo vivamente che nella realtà la Polizia agisca ben diversamente perché nel film tutti tengono comportamenti che farebbero inorridire quelli di CSI). Carrisi nuovamente situa la sua nera fiaba in un luogo e in un tempo imprecisato, che consente qualche citazione cinematografica da decrittare a piacimento. Sembra di cogliere omaggi a Dario Argento, perlomeno in alcune scenografie, mentre balenano (presto abbandonate) suggestioni demoniache, riferimenti a sette e riti satanici. Ma l’autore non riesce a rielaborare adeguatamente il suo romanzo, sottovalutando la necessità di un diverso metodo narrativo, quando si traduce la pagina scritta in immagini. Anche la colonna sonora è a tratti incongrua, con liricheggianti passaggi a rendere melodrammatica l’azione che sottolineano. Perfino il detective è privo di qualunque attrattiva e i suoi rovelli morali non toccano nel profondo, colpa forse anche dell’interprete, che pure è uno dei nostri massimi, Toni Servillo. Che però ormai porta sempre troppo di se stesso nei suoi personaggi, rendendoli tutti simili (quasi un percorso alla De Niro, nel senso che porta la sua “maschera” in quasi ogni personaggio), e così il suo investigatore scade nella macchietta, del tutto improbabile come responsabile di un’indagine di quel tipo. Valentina Bellè giace nel letto sofferente o si aggira scarmigliata nel labirinto del male, ma forse riesce nonostante tutto a renderci un po’più partecipi, mentre Hoffman sornioneggia obbligatoriamente ambiguo (non si comprende fra l’altro il suo utilizzo, visto che poi è stato doppiato in italiano). In pratica L’uomo del labirinto soffre degli stessi (per noi) difetti che avevamo riscontrato nel film precedente, compresa (almeno dopo una sola visione) la perplessità sulla soluzione finale, come thriller. Si capisce insomma come il regista abbia apprezzato molto True Detective. Carrisi però non è Fukunaga.

Ambizioso

5