MovieSushi

L’ufficiale e la spia (J’accuse)

Sbatti il mostro in prima pagina

di

Con freddo rigore, come fosse un “normale” thriller politico, Polanski mette in scena un notissimo scandalo storico, “la madre” di tutti gli scandali politici si può dire, una persecuzione compiuta a sangue freddo su un soggetto scelto perché ebreo, contro il quale facilmente far insorgere le solite masse assetate di “colpevoli”, ottuse perché sempre facilmente ingannate dal Potere nel quale si identificavano. Molti sono i momenti nella storia in cui trovare riferimenti ben più attuali a questa storia divenuta universale, fino ad arrivare al film The Report, ambientato ai nostri tempi, sugli schermi in questi giorni, nel quale viene pronunciata una battuta che sarebbe andata benissimo anche per il film di Polanski: quando un uomo cerca di smascherare gli inganni del potere, può essere visto come eroe ma anche come traditore. Come traditore rischia di passare alla storia e con gravi conseguenze personali, Georges Picquart (Jean Dujardin), integerrimo militare con più di vent’anni di onorata carriera nella Francia della fine ‘800. Nel 1895 Alfred Dreyfus, Capitano dell’esercito di origine ebraica in tempi già violentemente anti-semiti, era stato accusato ingiustamente di tradimento in favore della nemica Germania (mentre il vero colpevole era il cattolico Colonnello Esterhazy, uno della nobiltà che contava, afflitto da troppi debiti). Dopo un veloce processo-farsa, degradato con infamia, era finito recluso con trattamenti disumani nella famigerata Isola del diavolo, un puntino nell’oceano al largo della Guyana francese. A quel punto della storia, Picquart, che lo aveva avuto come allievo ufficiale, viene casualmente messo a capo del Controspionaggio militare e sempre casualmente, in mezzo all’ostilità dell’ambiente, scopre delle carte che gli fanno intuire tutta la macchinazione. Cosa avviene è storia, come è andata a finire pure. Diremo che nel film è assai ben descritta l’opprimente atmosfera dell’edificio dei Servizi segreti, vera lurida macchina dell’infamia, della diffamazione, usata dal potere per perpetuarsi impunemente, nonostante noti misfatti e incapacità palesi, la vera Casta di allora. Alla quale conveniva solleticare i peggiori istinti della pubblica opinione per distrarla dalla propria incapacità. Davvero “polanskiana” la cupezza oppressiva dei palazzi del potere sia nello sfarzo tutto francese che nello squallore da Germania Est, folgorante la plateale degradazione di Dreyfus sulla Esplanade des invalides, inutilmente crudele, ad annunciare altri futuri, gratuiti abusi. Fuori, attaccati ai cancelli, a sbavare d’odio, le masse che spesso ci fanno dubitare della giustezza del regime democratico. Impeccabili gli interpreti per una narrazione mai melodrammatica (la sceneggiatura è tratta dal romanzo di Robert Harris scritto nel 2013), nel suo procedere incalzante da thriller politico. Dreyfus è interpretato da un irriconoscibile Louis Garrell. Piace che la “vittima” alla fine mantenga un atteggiamento duro, pur nei confronti di chi ha rischiato carriera e vita per lei. Perché era giusto così, era un dovere, lottare per la giustizia, contro una menzogna, a qualunque prezzo. Sul noto “affair” sono stati girati diversi altri film, il primo nel 1899 diretto da Georges Méliès, poi il film Emilio Zola, diretto da William Dieterle, che aveva suscitato l’interesse di un giovane Polanski, a seguire nel 1958 il più noto film di e con José Ferrer e poi nel ’91 Prigionieri dell’onore di Ken Russell, in cui Picquart era l’attore americano Richard Dreyfuss. Nel 1968 c’è stato pure uno sceneggiato Rai. Un discorso sul titolo italiano, che è anche quello internazionale. Forse si pensava che mantenendo l’originale J’accuse (che si rifà al famoso editoriale scritto sul giornale L’Aurore da Émile Zola in difesa di Dreyfus) nessuno si sarebbe ricordato di quei lontani eventi e si è scelto qualcosa che potrebbe far pensare a un film di spionaggio. Ma stiamo parlando di un pubblico responsabile, che va a vedere un film ben sapendo cosa lo aspetta, visto anche il nome del regista. E questo pubblico potrebbe infastidirsi di tanta poca stima. Certo quello dei titolisti è un mestiere difficile, ci rendiamo conto. Però ormai è assodato, ci sono circuiti cinematografici e generi di pubblico diversi, abbiamo il coraggio di selezionarli, anche fin dal titolo di un film. Polanski, 86 anni di vita fuori dall’ordinario, prima come ebreo in fuga dal ghetto, poi come precoce vedovo dell’amata moglie, ammazzata mentre era incinta del loro primo figlio, poi colpevole a vita, a dispetto di qualunque sentenza, dell’accusa di stupro ai danni di una minorenne, sa bene di cosa parla, quando racconta di feroci linciaggi, di diffamazione costante, di costruzione di un “mostro” da dare in pasto all’opinione pubblica, ieri come oggi affamata di prede. Lui però non è l’ebreo perseguitato, lui è il francese coraggioso e civile, non si ghettizza, si integra, e si riconosce nella parte sana della democrazia che contiene in sé gli anticorpi alla propria degenerazione. E imperturbabile, senza allusioni, senza ammiccamenti, firma un film appassionante, formalmente perfetto, da quel grande regista che è diventato.

Esemplare, contemporaneo

8