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L’immortale

L’educazione siberiana di un napoletano

di

Quali sono state le radici, che infanzia ha avuto uno dei personaggi più amati della serialità italiana, quel Ciro protagonista della serie Gomorra? Serie che, fra personaggi tutti negativi, ha scelto di non averne mai uno non si dice buono, ma meno cattivo fra i cattivi, lasciando ogni tanto filtrare qua e là uno spiraglio di speranza, per disilludere subito lo spettatore più sentimentale, costringendolo ad ammettere di essersi affezionato a delle vere spietate carogne. Nel film L’immortale ci viene spiegato il motivo di questo soprannome, che segue Ciro fin da piccino, a tre anni estratto miracolosamente vivo dalle macerie della sua casa, crollata durante il terremoto in Irpinia del 1980, ammazzando la sua mamma. E consegnandolo così a una vita da strada, membro di una gang di bambini come lui, “addestrati” da una specie di Fagin (vedi Oliver Twist) a compiere ogni genere di illegalità, in nome della sopravvivenza. La narrazione della crescita di Ciro bambino (interpretato dal bravissimo undicenne Giuseppe Aiello), in mezzo al solito pittoresco sottobosco malavitoso, si intreccia a eventi del presente (che non possiamo dire perché sarebbe spoiler), che confluiranno in quello che sarà l’inizio della quinta stagione di Gomorra. Infatti il film, che è diretto dallo stesso protagonista, Marco D’Amore, che era già alla regia del quinto e sesto episodio della quarta stagione (che lo vedeva assente come interprete), si pone idealmente fra la quarta e l’ancora inedita quinta stagione, come una Origin Story che però fa da ponte vero sviluppi successivi, in un progetto nuovo per la serialità italiana (definito “spin-off cross mediale”). Progetto coraggioso, perché il film dovrebbe attirare al cinema gli appassionati della serie che in effetti, da esperti, sono quelli che ne gioirebbero maggiormente (un vero fan in alcune occasioni avrà di che sobbalzare di piacere). Sempre che non si punti di più a un passaggio televisivo prima della messa in onda della quinta stagione, sapendo come sia difficile trascinare in sala un appassionato di tv a domicilio. L’immortale è però un prodotto del tutto degno del grande schermo (non si pensi che sia solo un episodio allungato), girato in un formato fra i 35 e i 65 mm, esaltato dalla bella fotografia di Guido Michelotti, sorretto dalle evocative musiche dei Mokadelic, gruppo musicale capace di creare sonorità che spaziano fra vari generi, intelligentemente intrecciate, con una qualità descrittiva che si impone all’orecchio, da sempre artefici delle splendide colonne sonore della serie. Il film si chiude su una cupa cover di un pezzo dei Simple Minds “Don’t you forget about me…will you recognize me?” interrogativo retorico quando sullo schermo appaiono certi personaggi. Oltre al piacere più superficiale di assistere a una nuova narrazione con molti amati personaggi, il film suscita inevitabili riflessioni. A cosa si deve rinunciare, cosa si deve accettare in cambio di cosa? Ai ragazzini di questo film basta la sopravvivenza, il gruppo, la contiguità con quelli che sono i loro idoli. Ai quasi adolescenti della Paranza dei bambini bastavano vestiti firmati, Playstation e megaschermi, ristoranti, gioielli per le ragazze da conquistare, mobili per le mamme. Agli adulti di Gomorra cosa serve, cosa desiderano, cosa ancora possono perdere, quando a un certo punto sembra abbiano perso tutto, dopo essere diventati per un fuggevole momento re del loro mondo? Si ripropone così la famosa alternativa fra il giorno singolo da leone e i cento da pecora, su cui spesso questo genere di film induce a meditare, e qui si sembra dare (se ce ne fosse mai stato bisogno) una risposta definitiva. Perché vite così indirizzate al Male non sono concepibili, non esiste Potere che compensi simili privazioni, tali lutti atroci, simili devastazioni. Per cosa, per una villa piena di arredi di lusso, per aerei, barche, macchine, donne, roba da sniffare a quintali? E quando godersi tutto ciò, se si passa la vita a ordire piani, a tramare tradimenti, a fuggire per evitare di finire ammazzati/arrestati? Se tutto quel potere porta a questa vita, c’è da chiederselo davvero.

Vedi Napoli e poi muori

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