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L’angelo del crimine

Crimini comuni, crimini di Stato

di

Si racconta la storia di un assassino realmente esistito, Carlos Robledo Puch, nell’Argentina degli anni ’70, gli anni della “guerra sporca”, appena prima del dilagare della dittatura di Videla nel ‘75. Anni già poco tranquilli, in cui la Polizia durante gli interrogatori minacciava di usare le scariche elettriche. Ma il protagonista della nostra storia se le sarebbe meritate? Anche sì, perché era un assassino senz’anima, un bandito per vocazione che a soli 17 anni aveva già ammazzato, spesso gratuitamente, più di dieci persone. Nato in una famiglia della classe proletaria con ambizioni piccolo borghesi (un pianoforte nel soggiorno della piccola villetta), padre che si affannava a fare più lavori per mantenere un livello di vita dignitoso, madre casalinga che affettuosamente accudiva ai suoi cari, Carlos si stufa subito di tanta umile virtù e fin da ragazzo comincia a entrare nelle belle ville dei ricconi, che saccheggia tranquillamente, di cose anche di poco valore. IL ragazzo ha una faccina innocente, occhioni indifesi, bocca carnosa, tanti riccioli biondi. Ma è del tutto privo di senso morale e incapace di provare sentimenti. Solo il fascinoso Ramon, compagno di scuola, lo smuove, perché inconsciamente Carlos è omosessuale. Insieme a lui e alla sua famiglia degenere alza il tiro, le rapine aumentano, inizia ad ammazzare disinvoltamente, i soldi arrivano a palate ma Carlos non sa che farsene, per lui contano i momenti d’azione. La storia lo segue per un paio d’anni, lungo i quali incredibilmente, vista l’imprudenza di tutti i delinquenti coinvolti, nessuno li individua, nonostante il potere della Polizia di quegli anni, che però era impegnata solo a scovare e torturare presunti e veri oppositori. Ma alla fine i nodi arriveranno al pettine. E Carlos, gettando nello sconforto i lombrosiani perché dolce e di bell’aspetto, diventerà una specie di idolo delle folle. Oggi è ancora ospite delle galere argentine, il più longevo ergastolano del paese. Il film El angel, L’angelo del male, diretto da Luis Ortega e coprodotto dai Fratelli Almodovar, nella narrazione usa un tono surreale, come se assistessimo alle atrocità commesse da Carlos con i suoi occhi, attraverso la sua sensibilità distorta, evitando di mostrare però tutte le sue gesta in un’autocensura giustificata forse dal timore di alienare del tutto l’eventuale empatia dello spettatore. Ortega usa colori accesi, una ben scelta selezione di canzoni, con un’apparente leggerezza che rende ancora più evidente l’orrore del clima complessivo, ricordando sia Pablo Larrain che Martin Scorsese e il film Il Clan di Pablo Trapero (storia della famiglia criminale Puccio, sempre in Argentina, ripresa dallo stesso Ortega nella serie tv Historia de un clan). Descrive con grande freddezza un personaggio enigmatico, chiuso dentro il mistero dei suoi moventi, capace però di esplodere se toccato nell’unico suo spiraglio di “umanità” (l’amore, la gelosia per il compagno di rapine), uno per il quale davvero il viaggio contava più della meta, l’adrenalina dei colpi era più importante del bottino. Gran parte della riuscita del film si deve alla scelta dell’esordiente Lorenzo Ferro, che si cala nei panni di Carlos con incredibile adesione. Ma non è da meno Chino Darín, figlio del celebre Ricardo, bello e tenebroso, convinto di poter manovrare il suo pericoloso partner. Ben scelte tutte le facce di contorno, fra cui si riconoscono Cecilia Roth (Tutto su mia madre) e Luis Gnecco, visto nel film Neruda, che sono gli attoniti genitori di Carlos. Ma la narrazione dipinge anche il quadro di una società che si avviava a diventare mostruosa, in cui già latitavano i principi morali e chi vivesse da onesto era solo una vile pecora da macellare. Il grande Male comincia a insinuarsi anche da una finestra socchiusa.

inquietante

7