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Johnny English colpisce ancora

Un 3 anche meglio del 2

di

Con Peter Sellers in vita e Clouseau ancora sul campo, Johnny English avrebbe avuto scarse possibilità di farsi notare. Ma i vecchi film della Pantera rosa ormai sono fuori circuito da anni e mancava alle nuove generazioni e ai più anziani nostalgici un personaggio come questo, il sublime idiota, che tronfio e supponente passa indenne attraverso sfracelli inimmaginabili, da lui provocati a peggiorare la situazione iniziale, arrivando incredibilmente al successo. Quindi un terzo capito scritto William Davies (fedele al personaggio fin dal primo film del 2003) e diretto da David Kerr (molte serie tv), dopo il già riuscito secondo capitolo del 2011, non stupisce, anzi va ad occupare uno spazio disponibile. E lo occupa a pieno diritto, contaminando sempre più il personaggio con il mitico Ispettore. Il Regno Unito, sulla cui decadenza non si risparmiano le battute, è sotto attacco informatico. La vacua Primo Ministro (una deliziosa Emma Thompson), bruciati tutti gli agenti dell’MI6 da un misterioso hacker, è costretta a ricorrere alle vecchie glorie in pensione (altrettanto deliziosa scenetta con veloci comparsate di Charles Dance, Edward Fox e Michael Gambon). Ma per un incidente resta in campo solo Johnny English, che è finito a fare il professore di scienze in un college, dove invece insegna ai suoi entusiasti ragazzini come fare l’agente segreto. Al suo fianco torna il mite burocrate Bough (Bewn Miller). Addobbato di ogni serie di antiquati gadget alla Bond, perché rifiuta ogni tecnologia, English inizia le sue indagini, sfrecciando per l’Europa da un hotel di lusso all’altro sulla nuova rombante Aston Martin Rossa, con l’entusiasmo di Bob Parr nel primo Incredibles. Intanto la Ministra si lascia irretire da un rampante genio della Silicon che puzza di marcio lontano un miglio, mentre Johnny perde la testa per una bella e misteriosa spia russa. Brillante, spiritoso, con le inevitabili citazioni (ironiche) del mondo degli 007 e di Ethan Hunt, pieno di gag ridicolissime, prevedibili perché preparate apposta per esserlo e così fanno ridere in anticipo, di battutine azzeccate, di sana stupidità non per questo meno esilarate, questo terzo capitolo farà ridere grandi e piccini in totale spensieratezza. Che di questi tempi non è male. Atkinson ha una faccia che va bene giusto solo per questo ruolo e lo interpreta onorevolmente, con smorfie e accento adeguati, peccato ascoltarlo doppiato, perché il marcato accento inglese benissimo si sposa alla sua presuntuosa spocchia, alla sua faccia da pallido albionese ancora convinto della superiorità inglese sul resto dell’umanità.

Old habits die hard

7