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Io, Leonardo

Un genio è difficile da raccontare

di

567 anni fa nasceva Leonardo da Vinci, figlio di un notaio e di una serva, cresciuto però in famiglia e così munito degli strumenti per sottrarsi a un destino di miseria, anche se forse comunque il suo genio sarebbe prima o poi emerso. 500 anni dopo la sua morte, il documentario Io, Leonardo intende uscire dai limiti delle solite biografie, della pura elencazione dei noti fatti storici, per offrire uno sguardo più ampio su una personalità davvero unica. Leonardo è infatti ritenuto il vero Uomo Rinascimentale, capace di spaziare ed eccellere in ogni campo artistico. Lo seguiremo da Vinci a Firenze e poi a Milano e in Francia, accompagnati dalla voce narrante abbastanza contenuta di Francesco Pannofino, che intreccia con Leonardo e la sua coscienza una specie di dialogo fuori campo, mentre sviluppa i suoi progetti e incontra personaggi noti come Ludovico il Moro e la sua Dama Cecilia Gallerani. Intanto non smette mai di studiare e sperimentare. Ci verrà proposta un’ipotesi sull’ispirazione e la genesi dietro molti suoi dipinti celeberrimi, fra cui ovviamente L’ultima cena e la Gioconda. Purtroppo la narrazione non offre lo spunto per nessuna riflessione originale e si raccontano fatti storici e supposizioni sul versante privato che non sconvolgeranno le platee, tranne forse l’accenno al suo rapporto con la povera madre (e basta per favore il “gossip” sessuale, come per Caravaggio, per Michelangelo, anche qui omosessualità e protégée). Nella scenografia che cerca di essere un po’ originale, una sorta di leonardesca Camera Oscura, si muove ieratico il protagonista, senza mai invecchiare, uguale in abito e acconciatura (ma che brutta quella parrucca, che sembra irrigidire l’interprete), mentre il variare degli stati d’animo, i mutamenti di luogo e tempo, sono resi da sfondamenti verso l’esterno (o da incursioni verso l’interno) di quella Natura che sempre Leonardo sfruttava come fonte di ispirazione, come elemento da indagare e da cui partire per le sue creazioni. Non abbiamo affatto apprezzato la recitazione di Luca Argentero, non dubitiamo decisa dal regista, che è Jesus Garces Lambert, già responsabile di Caravaggio, film visivamente più interessante, che accentuava i toni melodrammatici della vita del pittore, per noi oltre tutto rovinato dal doppiaggio. Ci ha respinti l’enfasi innaturale della recitazione, troppo caricata, con sguardi quasi satanici mentre il protagonista scruta l’universo e i suoi elementi per carpirne l’essenza, per disegnarli e replicarli, quasi avesse una visione da cyborg nell’osservare e dissezionare il mondo esterno. Almeno ci viene garantito che le parole che è chiamato a declamare, ma in tono troppo monocorde, sono sue autentiche frasi, estratte fedelmente dal suo Trattato sulla pittura. Le sue innumerevoli invenzioni in molteplici campi, spesso mai realizzate a causa della sua notoria dispersività, qui sottolineata, prendono vita grazie a effetti digitali. Ormai nella realizzazione di questo genere di film, sembra gradito dalle platee e poi ben sfruttabile su piattaforme televisive, si è arrivati a una specie di format, che lascia gli interpreti soggetti a troppi vincoli, impedendo così sia di appassionarsi al personaggio, come avveniva con lo stile romanzato delle vecchie biografie d’altri tempi, sia di comprendere davvero dove risiedesse il suo genio, da quali emozioni fosse stata forgiata la sua sublime personalità, quella che fa sì che siamo ancora qui a parlare di Leonardo e di altri artisti, dopo secoli, oltre a continuare a fare pellegrinaggio per ammirare le loro opere che, da sole, parlano al cuore più di queste narrazioni cinematografiche.

insufficiente

5