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Il verdetto – The Children Act

Yeates come un ponte

di

Viviamo in tempi che beneficiano di grandi scoperte in ogni campo e sempre nuove ne arrivano. Ci sono però nella nostra società sempre più soggetti che ne rifiutano molte, in un irrazionale ritorno a un passato di gran lunga peggiore, in nome di varie religioni o di superstizioni o semplice ignoranza, contro le quali la nostra civile razionalità non può non lottare. Ma dal momento che il film Il Verdetto (titolo italiano già usato per un film di Sidney Lumet nell’82, ancora ben ricordato dai cinefili), in originale The Children Act, è tratto dal romanzo La ballata di Adam Henry scritto da Ian McEwan, comprendiamo presto che non è quello il fulcro della narrazione. Che parte sì da un fatto che si è verificato nella realtà diverse altre volte, suscitando sempre grande risonanza mediatica, stimolando molti rovelli etici, ma va a parare in un altrove ben più intrigante. Vietato insomma pensare a un court drama incentrato su questioni legali, mondo laico e civile contro barbare usanze religiose. Il giudice dell’Alta Corte Fiona Maye, specializzata in diritto di famiglia, viene chiamata a decidere se imporre la trasfusione di sangue, indispensabile per la sua sopravvivenza, ad Adam, un affiliato ai Testimoni di Geova che non ha ancora compiuto 18 anni. Il ragazzo sembra convinto in prima persona, oltre alla volontà dei genitori, dei correligionari. Fiona è resa più emotiva dal recente abbandono del forse ancora amato marito, trascurato perché troppo assorbita dal lavoro. Incapace di portare nella sua vita privata l’equilibrio usato in quella pubblica, Fiona nutre sempre la convinzione di fare ogni volta “la cosa giusta”, con la leggera arroganza della sua capacità professionale, l’illusione che la ragionevolezza possa vincere in ogni situazione. Contravvenendo alle regole, decide di incontrare personalmente il ragazzo e lo va a trovare in ospedale. Una canzone su una poesia di Yeates getta un ponte inatteso fra due mondi, fra due persone tanto diverse. Adam scopre in lei una figura materna nuova, dopo aver messo in discussione tutta la sua vita precedente. Ma la donna lo rifiuta, senza capire che quell’atto l’ha resa responsabile del ragazzo, di una vita che altrimenti non avrebbe vissuto. Se si rifiuta di vivere in nome di dio, si deve trovare un’altra valida ragione per farlo. Dirige con grande sobrietà Richard Eyre (Stage Beauty, L’ombra del sospetto, Iris, Diario di uno scandalo). Splendida prestazione di Emma Thompson, sempre una conferma Stanley Tucci, perfetto nel suo ruolo di umile e adorante assistente Jason Watkins, intenso il giovane Fionn Whitehead (Dunkirk). La sceneggiatura è scritta dallo stesso McEwan (con una leggera variante nel finale rispetto al libro), con la sottigliezza tipica dello scrittore nel trattare le devastanti conseguenze che certi eventi possono avere quando arrivano finalmente al cuore dei suoi personaggi, insinuandosi nelle loro vite, in cui gli eventi che sembrano i più importanti nella narrazione in realtà sono solo pretesto per farne esplodere altri. Sarà quindi stata “giusta” Fiona, durante e dopo il suo caso giudiziario? Avrà ben capito tutte le implicazioni presenti nella sua sentenza? Avrà mai pensato, questa volta e tante altre, all’incredibile effetto domino che tutti abbiamo sulle vite degli altri, oltre che sulle nostre?

Nell’interesse del più debole?

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