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Il tuttofare

Lavoro o dignità?

di
Ma davvero siamo un tale schifo senza speranza noi italiani? Ridevamo amaramente di noi tanti, troppi anni fa, con commedie interpretate da attori del calibro di Gassman, Sordi, Tognazzi, Mastroianni, Manfredi (ma lunga sarebbe la lista) e registi come Monicelli, Germi, Risi, Comencini, Scola, Salce, Zampa a dirigerli (e sceneggiature scritte da Suso Cecchi D’Amico, Age & Scarpelli, Sonego, Steno). Oggi è tanto facile continuare a raccontarci così, perché in fondo come ogni giorno ci racconta l’informazione, dall’ultimo dei miserabili al mega capitalista siamo tutti ancora e sempre e anzi sempre di più, una manica di furbetti, di vili, di disonesti, di profittatori, di clientelari, delle vere merdacce, insomma per usare un “neologismo”. Questo per dire che il film Il tuttofare non ci trova a braccia aperte ad accoglierlo, perché tutto è uno scalino più in basso dei mitici precedenti e un misto fra stanchezza, disagio e sconforto impedisce di lasciarsi andare a ridere serenamente delle disavventure del protagonista. Che è il misero, dottissimo aspirante avvocato Bonocore (nel film tutti i cognomi sono “omen”), che è finito a fare lo schiavetto tuttofare, da assistente a cuoco, del mega principe del foro Bellastella (un istrionico Castellitto), verbosissimo principe del foro, a sua volta forte con i deboli (i suoi collaboratori) ma debole nei confronti dell’autoritaria consorte, sposata come da manuale perché lo studio era suo e i cordoni della borsa li tiene lei, arpia degna del suo viscido marito. Ma non sono solo loro dei mostri, la mostruosità è endemica nell’ambiente e a chi ne è fuori non resta che mostrarsene all’altezza per raccattare briciole di sopravvivenza, facendo proprie le loro regole, altrimenti non c’è gioco. Bellastella ha un’amante brasiliana, una escort prorompente e pure incinta, per regolarizzare la sua posizione propone a Bonocore di sposarla, per procurarle la cittadinanza, sottoponendolo a uno sfacciato ricatto. Ma ogni cosa è truffaldina, ogni personaggio è un bugiardo, un furbo. Perché, sembra dire la sceneggiatura dello stesso regista Valerio Attanasio (regista esordiente ma già autore di Smetto quando voglio e Gianni e le donne), o così o non ti salvi. Amaramente i cattivi vincono sempre. Pur nel ritmo della narrazione e nell’impegno dei protagonisti (Castellitto al suo massimo si divora il giovane antagonista Guglielmo Poggi), tutto è prevedibile, perché basta aspettarsi sempre il peggio. Possiamo andare avanti ancora a farci del male? Saremo anche dei moralisti d’accatto, ma di film così siamo un po’ stufi. Oppure siamo stufi di essere “questi” italiani.
 

ennesimo

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