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Il signor Diavolo

Il gotico padano

di

1952, Veneto rurale, zona in cui ignoranza, superstizioni e miseria la fanno da padroni in un’area dove la guerra è finita da troppo poco tempo. La DC governa con polso di ferro, attraverso il controllo della Chiesa cattolica. Avviene però un orrendo delitto, che tira in balli demoni e possessioni e che potrebbe essere strumentalizzato dalla parte più laica della società. Dal Ministero di giustizia di Roma viene inviato a indagare e a tenere le acque calme il travèt Furio Momentè, giovane di origini borghesi ansioso di scalata sociale. Mentre si muove cautamente in un’indagine in cui non sa di chi fidarsi, a chi e a cosa credere, si illuderà di trovare il bandolo della matassa, scoprendo una verità sconvolgente. Dopo tante commedie sentimentali ma attente al costume italiano, soprattutto quello del passato, in cui si sono formate le radici di ciò che siamo oggi, Pupi Avati torna a un genere che ha già frequentato con successo, tutti conoscono un titolo fondante dell’horror nostrano come La casa dalle finestre che ridono, e poi Zeder e L’arcano incantatore. Oggi, per la trasposizione del suo libro del 2018, Avati torna ad avvalersi di un cast che insieme a facce nuove vede la presenza di vecchie glorie, amici del regista visti in tanti suoi film, come Gianni Cavina, Lino Capolicchio (il cui personaggio ne La casa dalle finestre che ridono ha qualche assonanza con quello di Furio), Alessandro Haber, Andrea Roncato e una splendida Chiara Caselli. Il protagonista è Gabriele Lo Giudice, alle prese con un personaggio non sufficientemente delineato, che un paio di superficiali incursioni nel privato non riescono ad approfondire. L’enigmatico ragazzino è interpretato dal quattordicenne Carlo Mongiorgi, emaciato e inquietante. Per quasi tutto il film sembra di essere proprio tornati ai bei tempi passati, nella descrizione del soffocante ambiente, dei poveracci indifesi e dei ricchi arroganti, di nobildonne misteriose e preti omertosi. Senza mai eccedere negli effetti speciali, che sono sobri e realistici eppure adeguatamente macabri, opera del mitico Sergio Stivaletti, la regia riesce a ricreare un ambiente opprimente, sinistro, grazie anche alla bella fotografia di Cesare Bastelli, con le sue tonalità spente, rugginose, lattiginose, a riflettere un ambiente cupo, nebbioso, misero fin dentro le ossa. Peccato che tutta la costruzione, suggestiva e inquietante, venga un poco vanificata da un finale di maniera, mentre tutto il film reggeva bene anche sul versante thriller, senza far perdere efficacia alla componente sovrannaturale. Il titolo del film ha origine da una predica del sagrestano, che spiega ai bambinetti che Satana va chiamato “Signor Diavolo”, perché ai cattivi si deve portare rispetto. Che a rifletterci sembra rispecchiare tanta cronaca dei nostri giorni “cattivi”, in cui tocca ossequiare Capi di vario livello come fossero “Signori”, e invece….

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