MovieSushi

Il sesso degli angeli

Chi è senza peccato...

di

Quasi tutti gli artisti hanno il loro periodo d’oro. Che siano scrittori, cantanti, attori, registi, danno il loro meglio per un certo numero di anni e poi si assestano su un dignitoso livello medio. In alcuni casi però iniziano una parabola discendente e, incapaci di fermarsi o costretti dal mantenimento del loro tenore di vita, realizzano prodotti qualitativamente sempre peggiori. Che però per un po’ continuano a rendere bene, perché i nostri personaggi sono stati capaci di conquistarsi il loro pubblico, che sempre li ricorda grato per canzoni indimenticabili, libri appassionanti e film entrati a far parte dell’immaginario collettivo. In Italia abbiamo due casi, due personaggi di diverso livello, ma entrambi molto simpatici, Carlo Verdone e Leonardo Pieraccioni. Uno forse più venale dell’altro (ma sono sensazioni soggettive), continuano da anni a realizzare film uno meno riuscito dell’altro. Pieraccioni però di davvero memorabile ha meno, meno bei film rispetto a Verdone, ma ugualmente a ogni nuova uscita deludente, spiace doverne parlare male. E così ci chiediamo: per quanti anni è lecito vivere di rendita? Per quanti anni si può pretendere indulgenza dal pubblico? Per quanti anni il pubblico renderà l’operazione conveniente? Oggi, a quattro anni dall’ultimo suo lavoro Se son rose, Pieraccioni si ripresenta con Il sesso degli angeli, in cui interpreta un prete, Don Simone. Simpatico e tenero, ovviamente, pasticcione ma con le idee chiare, senza certezze precostituite ma sempre in cerca di soluzioni,è un personaggio scritto per calzare perfettamente sul regista e su tutte le sue incarnazioni cinematografiche precedenti. Qui Pieraccioni è autore anche della storia, insieme a Filippo Bologna (Perfetti sconosciuti, Quanto basta, Gli infedeli), già con lui in Se son rose. Simone ha la sua parrocchia in una periferia di Firenze, una chiesa povera dove il tetto è crollato e non ci sono soldi per ripararlo. Il Don è circondato dall’affetto dei suoi aiutanti più fidati, soprattutto il sagrestano Giacinto (Marcello Fonte) e dalle preghiere delle anziane parrocchiane (perché i giovani sono lontani, disinteressati a un mondo che non li conosce, incapaci di staccarsi dai propri “devices” elettronici). A sorpresa giunge la notizia di un’eredità, da parte di uno zio indegno (e chi, se non Massimo Ceccherini). Si tratta di una bellissima villa a Lugano, dove si svolge un’attività assai lucrosa. Ma quale sarà mai quest’attività? Quando Don Simone si reca in Svizzera insieme a Giacino, scopre che non si tratta di un elegante bar, come credeva, ma di un ugualmente elegante bordello, dove lavorano sei strepitose escort, vere libere professioniste di un mestiere che in quello Stato è riconosciuto legalmente, gestite da un’affascinante “maitresse” (Sabrina Ferilli), ex professionista divenuta amministrativa. Don Simone prova a lungo a far finta di non capire, con se stesso e con il mondo. Ma i soldi servono e per un po’ cerca di far andare avanti la strana situazione. Sarà mai possibile trovare una soluzione che rimetta le cose a posto, nell’ottica e nelle esigenze di un religioso sull’orlo del fallimento? Pieraccioni si tiene su un registro sobrio quanto a caratterizzazione, per un personaggio logorroico come sempre. Marcello Fonte in un ruolo comico è lontano anni luce dal Dogman di Garrone. Sabrina Ferilli anche lei non eccede, una bella signora di classe che gestisce al meglio un’azienda che non va mai in crisi. Massimo Ceccherini, nelle sue poche scene da “fantasma” è più contenuto del solito e invita ripetutamente a “puppare le pere”, omaggio a Francesco Nuti (immaginiamo, sennò è plagio). Inutile cameo di un (antipatico) Vincenzo Salemme. Cosa funziona nel film? Pochissimo, al di fuori appunto della presenza di Pieraccioni. Cosa non funziona? Tantissimo. Pieraccioni vuol fare l’illuminato oggi, anno di grazia 2022, redimendo puttane (perché in fondo in fondo tutte vorrebbero fare un altro mestiere, è sottointeso), senza darlo a intendere sia chiaro, perché il personaggio ha il garbo che gli conferisce il suo autore, non è certo un Savonarola. Facendo finta di ignorare che, riciclata virtuosamente una professionista, ne dovrà arrivare un’altra per forza, perché finché ci saranno uomini, ci dovranno essere prostitute (che non si generano da sole ma rispondono a una precisa richiesta di mercato). Non nella sua villa, però, che verrà adibita a usi virtuosi ma ugualmente redditizi. Vuole scagliare una pietra contro la strumentalizzazione delle donne da parte degli uomini? Sarà allora per questo che nel film ci sono numerose scene affollate di spettacolari ragazze (immaginiamo il casting), in tanga e reggiseno, in guepiére e reggicalze? Che già l’incipit lascia perplessi, con un uomo e una donna che si prendono allegramente a cuscinate saltando su un letto, lui in boxer e maglietta, lei in (striminzita) biancheria intima in pizzo nero. Siamo al livello di un’innocua pochade, priva di ritmo e mordente, con il fiato corto, che fatica a raggiungere i suoi 90 minuti di durata. La solita commediola degli equivoci stile anni ’50, infarcita di buoni sentimenti dal sapore fastidiosamente paternalista, una storiella moralistica dove in fondo si vuole fare la morale, dove si sfrutta quello che si vorrebbe stigmatizzare, esibendo quella carne la cui tentazione deve essere fieramente respinta, al di fuori del santo matrimonio, ovviamente. Ma intanto mandiamo a casa meno insoddisfatto lo spettatore maschio, poche battute buone ma tanta topa. E se la castità dei preti è un problema conclamato e a volte drammatico, questo registro non rientra nell’ambito della creatività di Pieraccioni, che infatti lo risolve con estrema superficialità. Il suo è un prete pacioso, convinto di fare le cose nel modo migliore, in fondo ben contento di se stesso e adorato dai suoi fedeli. Sarà che Pieraccioni scrive su base autobiografica?

Una commedia stanca

5