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Il ritorno di Mary Poppins

Chi ha bisogno di Mary Poppins?

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Chi non vorrebbe Mary Poppins per amica? Che siano i primi del ‘900 o qualche decennio dopo, ma anche oggi, chi non avrebbe bisogno di quella specie di burbero angelo custode, “praticamente perfetta, sotto ogni aspetto”? Molti fattori legano la Disney al personaggio, oltre all’enorme successo del primo film del 1964 (5 oOscar con il suo mix di attori in carne ed ossa e disegni animati). E come non ricordare la vicenda che aveva legato Walt Disney personalmente a Pamela Lyndon Travers, autrice del personaggio, narrata nel gradevole film del 2013 Saving Mrs Banks. E così Mary è tornata, sempre portata dal vento dell’Est, per la gioia dei grandi che allora erano piccini e (ma forse) anche dei piccini di oggi. Ma non ne siamo certi, perché il film attrae per l’effetto nostalgia ma poi delude alquanto nel confronto (e lo diciamo a ragion veduta perché abbiamo diligentemente riguardato il film originale prima di questo sequel). Il film si svolge circa 20 anni dopo l’altro, in periodo di recessione economica. Ritroviamo i due fratellini cresciuti, Michael (il tenero Ben Whishaw) è un giovane vedovo con tre figlioletti in scala, lavora nella banca dove lavorava il padre, dove ora comanda Wilkins, l’erede dei vecchi banchieri (il perfido Colin Firth). La sorella Jane (l’energica Emily Mortimer) si occupa anche lei dei diritti dei più deboli, avendo seguito le orme materne. La famigliola è sempre sbrigativamente accudita dalla ormai anziana governante Ellen (la chiassosa Julie Walters). Ma la Banca cattiva vuole pignorare la casa di famiglia dei Banks, per pura avidità, cacciandoli dal loro nido famigliare. Come non bastasse, Michael, che non ha ancora digerito la morte della moglie amatissima, è incapace di amministrare la famiglia e tratta male i suoi ragazzini, esattamente come suo padre faceva con lui. Chi potrà mai mettere una pezza su tanto sfacelo? Da questa rielaborazione della storia (ricordiamo che la Travers ha scritto quasi una decina di libri su Mary Poppins, quindi di materiale ce ne sarà in abbondanza, anche originale) esce un film che sembra un musical molto più del precedente, anche se ricalca con cura la struttura originale, con troppi numeri musicali non necessari se non per esibire gli effetti speciali (ma in tempi di CG non ci si stupisce poi tanto, per i tempi erano più rimarchevoli quelli del primo film) e per fare sfoggio di Meryl Streep, che è un’eccentrica cugina di Mary. Del resto alla regia abbiamo Rob Marshall, regista di bei musical come Chicago, Nine e Into the Woods in cui già Meryl faceva sfoggio di doti canore. Bella e in parte Emily Blunt, scelta indubbiamente azzeccata. Assolutamente non all’altezza dell’originale il “lampionaio” Lin-Manuel Miranda, che fa rimpiangere Dick Van Dyke, l’adorabile “spazzacamin”. Chi avesse amato l’oggi 93enne attore faccia attenzione verso l’ultimo quarto d’ora del film, perché avrà una gradita sorpresa. Quanto ad anziani, i cinefili più incalliti riconosceranno con amore anche David Warner, l’ineffabile Ammiraglio che ancora cannoneggia dalla sua terrazza e la mitica Angela Lansubry, che nel finale fa volare tutti con i suoi palloncini. Ma la trama manca di quella gioiosa leggerezza, che qui cerca di imporsi su tristi eventi (sfratti, lutti) senza riuscirci del tutto (sarà che oggi ci sentiamo ancora più vulnerabili), aggiungendo pure una parentesi più cupa con il rapimento del più piccolo dei ragazzini, per mano di un lupo/banchiere. Ragazzini che va detto mai riescono a essere simpatici, forse anche colpa del doppiaggio. Ma non tutti gli avvocati sono cattivi, non tutti i banchieri sono disonesti,non sia mai che si aizzino le masse a certi odi di categoria… Indubbio ed encomiabile lo sforzo per adattare ai labiali i dialoghi in italiano, specie i testi delle canzoni che spesso sono dei recitati, ricchi di battute e giochi di parole, con rime di ardua resa. Con la versione del ’64 ogni tanto gli attori aprivano e chiudevano la bocca mentre scorreva il doppiaggio “appiccicato” con incerta sincronia. Qualche rimando nella colonna sonora ai temi dei vecchi successi (tre/quattro canzoni che tutti ricordiamo) ha il solo scopo di aggiungere nostalgia nel cuore del vecchio spettatore. Ci viene detto che Richard Sherman, autore delle vecchie canzoni insieme al defunto fratello Robert, abbia collaborato in questo senso con Marc Shaiman e Scott Wittman, responsabili della nuova colonna sonora. Tante però sono le parole che si affollano nei testi, che si sforzano di infondere con insistenza un messaggio positivo, di fede, di costanza, perché poi alla fine tutto andrà bene, nonostante i lutti e le banche, ma entrano da un orecchio ed escono dall’altro, senza restare impresse anche per mancanza di melodie orecchiabili, valide. Molto meglio era l’allegra ed essenziale marcetta “basta un poco di zucchero”, tanto nella vita mai come oggi sappiamo che la pillola in qualche modo dobbiamo farcela andare giù, senza bisogno di tanti voli pindarici.

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