MovieSushi

Il richiamo della foresta

Into the Wild

di

Ogni tanto ci si chiede (si torna in continuazione a chiedersi) del perché si facciano e rifacciano film sulle stesse storie, remake o reboot che si chiamino (spesso interrogativo ozioso). Si dirà che è perché ogni generazione deve avere la sua versione aggiornata tecnologicamente, con migliori effetti speciali e ambientazioni più spettacolari, oppure con una lettura più consona alle tematiche contemporanee. Oppure semplicemente perché il vecchio film era stato girato in animazione e oggi si può rifare con tecnica mista o completamente in CG. Maestri di queste operazioni si sono rivelati in Disney, sia nei film interamente loro, sia con prodotti altrui che dopo varie acquisizioni adesso gestiscono. È il caso del film di cui stiamo parlando, Il richiamo della foresta, di produzione Fox, ma adesso distribuito dalla Disney. Che con il romanzo originale, con il suo spirito, ha ben poco a che fare, anche se a grandi linee la trama è rispettata. Il bellissimo romanzo, scritto nel 1904, era già stato portato sugli schermi altre volte, la prima nel 1923, poi nel 35 con Clark Gable, era seguita una versione con Carlton Heston nel ’72 e una successiva, liberissima rilettura del 2009. Meglio di tutte però il film Tv del 1996 con Rutger Hauer. Oggi ci ritroviamo con un Buck, il cagnone protagonista, interamente in CG, come tutti gli altri animali del film, che è girato in tecnica mista. Buck è un cucciolone come minimo sugli 80/90 chili, con qualche San Bernardo nell’albero genealogico, viziato e coccolato, di proprietà di un ricco giudice nel Sud California. Ma siamo in Alaska, quasi al confine con il Circolo polare Artico e nello Yukon imperversa la corsa all’oro, che attira legioni di miserabili da tutto il pianeta. Per avventurarsi in quegli inospitali territori è indispensabile una slitta con relativi cani e così prospera un mercato di cani rubati in tutto il paese. Anche Buck subisce questa sorte e si ritrova di colpo in una vita durissima, in un ambiente sconosciuto. Lì lungo le sue molte traversie incontrerà vari esemplari della razza umana, buoni o cattivi o semplicemente stupidi. Finirà a consegnare la posta con un brav’uomo (Omar Sy un po’ fuori luogo visti i tempi), poi cadrà in mano a gente sciocca e malvagia che gli farà rischiare inutilmente la vita (il Dan Stevens di Legion). Durante questo percorso, il destino gli fa incrociare più volte colui che sarà il suo vero e unico padrone, amico, padre: John Thornton (Harrison Ford). Con lui finalmente sarà libero si esplorare, sperimentare, ritrovare il suo mondo. A modo suo questo farà anche il suo umano. Buck e John andranno incontro al loro viaggio di formazione, che per un cane domestico in Alaska passa inevitabilmente con il riconoscimento e l’accettazione delle proprie radici canine, per l’uomo con il rifiuto dei suoi simili. Finale nello spirito del Re Leone. Si fa davvero fatica ad accettare questa eccessiva umanizzazione dell’animale, che sembra capire alla lettera il linguaggio umano, è solidale, altruista e leale con i suoi simili, democratico e non violento (in una scena sembra il Jean Valjean dei cani). Manca poco che sia anche vegetariano, insomma. Inoltre nelle scene in cui i cani combattono sembra che usino tecniche da wrestling, più che i loro modi abituali e questa mancanza di rispetto per la realtà infastidisce. I cani, se ben ripresi, sono assai espressivi, perché allora accentuare in modo così eccessivo le “facce” di Buck, rendendo tutta l’operazione simile a un cartone animato anni ’50? Immaginiamo che questa lettura sia stata consigliata allo sceneggiatore Michael Green, uno che ha fatto assai di meglio finora. Tante volte abbiamo detto che non tutti devono aver letto il libro da cui è tratto un film e che i due prodotti sono ben diversi e pertanto non paragonabili. Purtroppo quando si tratta di grandi classici questo atteggiamento zen è duro da conservare. E spiace vedere una versione così politicamente corretta di una storia che aveva ben altra durezza, ben altro spessore e significato. E anche intensità drammatica. Ma si sa che oggi i piccini guai a turbarli e allora, in quest’ottica, questo nuovo Richiamo della foresta è un film di alto budget, realizzato con cura ed effetti all’altezza, con gente di tutto rispetto nel cast tecnico (Janusz Kaminski alla fotografia, musiche di John Powell, bei costumi di Kate Hawley). E panorami splendidi. Nel ruolo di protagonista troviamo addirittura il mitico Harrison Ford, che nella parte di un vecchio burbero ma buono ci sta benissimo. Ma, almeno nel pubblico adulto, resta un forte senso di delusione e irritazione. Purtroppo anche l’altro famosissimo libro di London, Zanna Bianca, ha subito ben otto versioni, tutte insoddisfacenti, mai fedeli allo spirito originale. Si vede che il modo di descrivere l’ambiente, le considerazioni morali di London sono troppo forti per film che, data la presenza di un animale come protagonista, per il cinema sono indirizzate a un pubblico di minorenni. Peccato, peccato davvero. Se proprio vogliamo ricavarne una moraletta spiccia, si potrebbe riflettere che forse tutti avvertiamo talvolta il nostro personale “richiamo della foresta”, la necessità di tornare a vite diverse, magari lontano dai luoghi abituali, senza il frastuono continuo che ci circonda oggi insieme al wifi, seguendo le nostre personali inclinazioni, che magari sono state distorte dalle occasioni che la vita ci ha buttato davanti. The Call of the Wild vale anche per noi, non solo per gli animali. O almeno dovrebbe. Ma l’Alaska non sarebbe grande abbastanza per contenerci tutti.

Ben fatto ma deludente

6