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Il primo re

This Is Rome

di

Romolo e Remo, chi non conosce la leggenda dei fratelli gemelli, orfani nutriti da una lupa, mito avvolto nell’incertezza perché in seguito ogni versione è stata tesa a legittimare l’ascendenza divina dei Romani, con scarsa aderenza ai pochi fatti certi. La narrazione ambienta la loro vicenda fra 400 e 300 anni prima di Cristo, raccontandoli non di origini divine (nati da Rea Silvia e dal Dio Marte) ma figli di una semplice donna morta per difenderli da altri barbari. Qui li incontriamo giovani uomini, cresciuti come pastori, attenti a schivare i mille pericoli della barbarica epoca, dove si finiva scannati a ogni svolta di strada. Siamo in tempi di colossali superstizioni dovute alla totale ignoranza delle leggi della natura (il custode del fuoco assurgeva a ruolo sacro, a precorrere le Vestali). L’essere umano si aggira come una belva nella giungla, vittima e carnefice, preda e predatore sono ruoli che in ogni momento possono invertirsi all’arrivo del più forte, ogni tribù cerca di sopraffare quella vicina. Romolo e Remo, legatissimi da un’esistenza di estrema durezza, mentre pascolano il loro piccolo gregge sono travolti da una specie di tsunami. Nelle paludi che ne scaturiscono i sopravvissuti si aggirano smarriti, subito razziati da una tribù vicina (Alba Longa, discendenti di Ascanio, il figlio di Enea qui approdato dopo le peregrinazioni seguite alla distruzione di Troia) e sottoposti a un sacrificio rituale. Ma ribellandosi coraggiosamente sopravvivono e iniziano una lunga fuga. Remo protegge come un leone il fratello ferito, lotta per lui strenuamente, contro i suoi uomini, contro l’ignoranza e la superstizione, contro la fame e le ferite. Dopo tante dure prove si nomina re, all’insegna però della durezza più spietata, in disaccordo col fratello che ha una visione diversa. Irrimediabile è il contrasto fra due mentalità, quella più religiosa e mistica di Romolo, quella più brutalmente atea di Remo, più libero dalle superstizioni, che per quanto fino allora la vita gli aveva inflitto, ne aveva ben donde. Insomma, semplificando, religione o libero arbitrio? Poco alla volta il dissidio si aggraverà per arrivare allo scontro finale. Ne resterà uno solo. E Roma sarà. Il film diretto e scritto (con Filippo Gravino e Francesca Ranieri) da Matteo Rovere (Gli sfiorati, Veloce come il vento), si propone di darci la sua visione di quei lontani tempi (siamo nel 753 avanti Cristo) senza nessuna concessione al “peplum”, ma con un rigore preistorico/barbarico da farci ricordare piuttosto le opere di Jean Jacques Annaud. Rovere ci racconta da che lacrime e sangue (e fango) sia nato l’Impero più potente del mondo. Bizzarra ma coraggiosa la scelta di far recitare in un latino arcaico (con sottotitoli), ricostruito con il supporto di un gruppo di semiologi dell’Università La Sapienza. Gran cura nella scelta delle location (un inedito Lazio selvaggio e altri esterni in Ungheria e Colombia), nei costumi, nelle armi e nel trucco che incrosta perennemente di fango e sporcizia i protagonisti, per evitare che come spesso è accaduto, la spettacolarizzazione prevalesse sulla ricostruzione storica. Per raccontare questa lontana storia/leggenda, Rovere sceglie un tono insolito per le fiction italiane, realizzando un prodotto che di tutto potrà venire tacciato tranne che di essere “televisivo”, per la cupezza della narrazione, l’efferatezza delle uccisioni, la qualità degli effetti speciali degni di tale nome. Degna di nota è anche la fotografia di Daniele Ciprì e interessanti le musiche di Andrea Farri e l’uso degli effetti sonori. Interpretazione convintissima di tutto il cast, i due protagonisti sono Alessandro Borghi, che è Remo, mentre al meno noto Alessio Lapice è affidato Romolo. Ci rifiutiamo di leggere intenzioni politiche dietro un film che cerca di assimilare lezioni “alte” da un punto di vista della messa in scena, inevitabile farsi venire in mente il cinema di Gibson (Apocalypto) o Refn (Valhalla Rising). Si vuole raccontare una leggenda nostrana, sottraendola alla banalizzazione edulcorata da fiction tv, esagerando quasi nella brutalità del contesto, nella barbaricità dei personaggi, nella ferina brutalità (con una concessione pure al film 300, nella battuta finale), per i precursori di quegli antichi Romani, storia italica, che però ci siamo abituati a vedere in base a un immaginario imposto dai paesi anglosassoni.

Esperimento degno di rispetto

7