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Il potere del cane

Anche un cane può rivoltarsi

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Quando un film viene lodato dalla maggior parte della critica ufficiale e premiato pure a un festival e poi non incontra il nostro personale apprezzamento, si teme sempre di averlo frainteso, di non averlo capito, di averlo visto in un momento negativo. Purtroppo questo ci è capitato con Il potere del cane, l’ultimo film diretto da Jane Campion, la regista di Lezioni di piano, Ritratto di signora, Holy Smoke, interpretato da un ottimo cast, che vede come protagonista Benedict Cumberbatch. Siamo nel Montana della Depressione, dove una lugubre ma ricca casa a due piani sorge nel nulla (ricorda la casa di Sam Shepard in I giorni del cielo), a dichiarare al mondo solido benessere. Perché i proprietari sono due fratelli e la ricchezza la traggono dalle loro mandrie di bestiame. Ma sono due personaggi profondamente diversi e non si capiscono. Phil (Benedict Cumberbatch) è un cowboy che gode nell’esibire sporcizia e rudezza come garanzia della sua mascolinità, in un ambiente in cui anche solo amare farsi un bagno viene considerata mollezza sospetta, che potrebbe indicare tendenze gay. Castra tori a mani nude ma nasconde anche lui qualche “vizietto” sospetto, che si intuisce subito avere radici lontane. L’uomo infatti continua a nominare con venerazione un mentore degli anni giovanili, ormai defunto, Bronco Henry. Tanta venerazione non condivida il fratello George (Jesse Plemons), goffo e sovrappeso, oppresso dalla violenza del fratello. Lui è quello perbene, ben vestito, educato, che tiene i contatti con la “buona società” locale. A scardinare il già precario equilibrio, arriva Rose, gentile e sensibile vedova che gestisce una locanda, insieme a Peter, il figlio adolescente palesemente gay, che adora la mamma, fabbrica bellissimi fiori di carta e raccoglie foto in un album. Dopo meno di 10 minuti dall’inizio già si prevede dove si andrà a finire. George si innamora di lei, riamato, e i due si sposano. Questo scatena l’ostilità di Phil che usa metodi crudeli nei confronti della fragile donna, alla quale non resta che darsi all’alcol. Intanto la palese attrazione nei confronti di Peter fa ben comprendere le ragioni della sua cattiveria nei confronti della coppia, perché con tanta più brutalità si respinge ciò che ci attrae ma che rifiutiamo, perché non rientra nei nostri schemi mentali. Alla fine però Phil sarà per il ragazzo quello che il mitico Bronco era stato per lui. Ma cosa era stato davvero Bronco per Phil? Indovinate, spettatori, indovinate… Il potere del cane è un improbabile feuilleton/western ottocentesco, aggiornato furbamente alle tematiche omosessuali, cosicché se il film non piace si rischia di passare per omofobi. Invece sono i personaggi a non essere plausibili, a essere scontati e prevedibili, a tratti ridicoli e grotteschi nelle loro interazioni. E anche il twist finale, più thriller, non può salvare in extremis un film del quale dopo una mezz’ora viene in mente quale esilarante parodia ne avrebbe tratto un Paolo Poli, intelligente critico anche dei luoghi comuni più gay. Il film è anche un caso clamoroso di miscast, perché Cumberbatch proprio con questo ruolo non c’entra niente e imbarazza in continuazione. Kodi Smit-McPhee (The Road) è il giovane gay, altissimo e magrissimo, una vera mammoletta, che ha però l’inquietante hobby di sezionare carcasse, uno che perfino oggi si avrebbe paura a mandarlo al liceo, figurarsi in giro per il Montana del ’25. Kirsten Dunst palpita dolente nel suo ruolo di vittima indifesa predestinata. Plemons è impettito e inespressivo nei suoi completi impeccabili, a sottolineare il contrasto col fratello che dorme con stivali e sovra-pantaloni da cowboy. Scontato e prevedibile oltre ogni limite accettabile, il film provoca tanta irritazione perché si cerca di spacciare come originale una storia che avrebbe potuto essere ben più intrigante se meglio scritta e dotata di un cast diverso. E se il film non ci è proprio piaciuto, garantiamo che non è perché siamo omofobi.

A tratti ridicolo

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