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Il mistero di Donald C.

L’autolesionismo della coerenza

di
Nella vita The Winner Takes It All. Ma gli altri, quelli che anche loro ci hanno provato senza farcela, quale destino li attende? Nel 1968, dopo l'impresa che aveva portato Francis Chicherster a compiere il primo giro del mondo in navigazione solitaria, il Sunday Times organizza una sfida velica, chiamata Sunday Times Golden Globe, un'altra traversata in solitaria. Partecipano cinque velisti esperti ed un outsider, al quale si interessa subito la stampa. Si tratta di Donald Crowhurst, 36 anni portati da impiegato, una piccola ditta di apparecchiature elettroniche per la navigazione, moglie e quattro figli. Parte per ultimo su un trimarano, dopo molti problemi finanziari ed organizzativi, l'ultimo giorno valido, il 31 ottobre 1968. Parte come gli altri, come si usava allora, per un viaggio di circa 10 mesi senza tecnologie sofisticate, senza GPS, senza previsioni meteorologiche da satellite, né cibi né indumenti speciali. Camicia e cravatta sotto la cerata gialla. Parte con tanti problemi tecnici ancora insoluti, parte perché la pressione dei media, dei finanziatori con i quali si è indebitato, è altissima. Parte ed è subito lento, mentre gli altri sono lontani, già lungo le coste africane. Per comunicare solo un telegrafo, mentre tiene un diario di bordo audio/video grazie alle apparecchiature che gli sono state date dal Sunday, con cui si filma e si registra, incalzato dal suo agente. Ma nel grande vuoto del mare e nella solitudine, rendendosi conto dell'impossibilità di portare a termine il progetto, medita un piano per salvare se stesso e la famiglia dal fallimento, una truffa se vogliamo, che si trascinerà per altri otto mesi circa. Truffa oggi impossibile, con i mezzi tecnologici attuali, allora incredibilmente possibile. Nel bene e nel male bisogna essere personaggi profondamente “diversi” dalla media, per affrontare tali prolungate solitudini, tanti sacrifici e sforzi fisici, oltre al terrificante respiro delle onde oceaniche, alte come palazzi di dodici piani, e i Cinquanta Urlanti e i Quaranta Ruggenti, un nome che offre una chiara idea del tipo di venti al Capo di Buona Speranza e Capo Horn. Breve la vita felice di Donald Crowhurst, si potrebbe dire parafrasando il titolo di un altro che di perdenti se ne intendeva, Hemingway. Donald può rientrare a buon titolo nel filone degli eroi condannati alla sconfitta o alla perdizione, una storia la sua che sarebbe piaciuta a Werner Herzog anche se Crowhurst non aveva la statura dei puri folli dei suoi film. Ottimala scelta degli interpreti, Firth conferisce al suo personaggio una grigia malinconia da totale non-eroe. Weisz è bella, saggia e dolente, Thewlis è un addetto stampa che nutre con ogni mezzo quei giornalisti che poi, a vicenda conclusa, confesseranno il loro rimorso.
La colonna sonora ci permette di ascoltare le ultime note scritte da Jóhann Jóhannsson, morto purtroppo quest’anno. La storia era già stata raccontata nel bel documentario di Louise Osmond e Jerry Rothwell Deep Water, commosso omaggio a un perdente al quale uno dei velisti intervistati aveva dedicato come epitaffio una bella frase: quando qualcuno cade dal filo del rasoio sul quale stava camminando dovrebbe essere pietosamente raccolto. Del resto è proprio The Mercy il titolo originale del film, che è il sentimento necessario per potersi approcciare a un personaggio come Donald Crowhurst. Qui la sceneggiatura di Scott Z. Burns concede più spazio al rapporto sentimentale e famigliare e approfondisce maggiormente la figura della moglie, ma è sostanzialmente fedele al ritratto originale. Dirige senza voli pindarici James Marsh (Doppio gioco, La teoria del tutto). Ci vuole grandezza anche nell’affrontare le conseguenze dei propri errori (pratica oggi considerata obsoleta), sembra fuori tempo la coerenza dell’uomo, possibile che una qualche furbata non fosse possibile? Non per Crowhurst, sprofondato nell’abisso della vergogna di sé, del disonore sociale, della rovina finanziaria. Eppure anche una storia come questa sancisce la forza del sogno, perché proprio quando si dissolve diventa più forte, dimostrando di essere il vero motore che ha portato la razza umana dove è arrivata
 
 

malinconico

7